Arretrati

Le metamorfosi del narcisismo: questioni diagnostiche
di Annamaria Mandese e Piero Petrini
25 luglio, 2024
Abstract
L'articolo si propone di affrontare in chiave psicoanalitica la questione diagnostica relativa alla patologia del narcisismo, divenuta ormai una sorta di problema a causa dell'uso indiscriminato di termini come narcisista o narcisistico da parte di chi non possiede alcuna competenza psicopatologica. L'importanza di differenziare le diverse organizzazioni narcisistiche, che possono caratterizzare le varie personalità, si riscontra soprattutto nel momento in cui si avvia il processo psicoterapico. Gli autori scelgono come criterio discriminante nell'ampio spetto delle patologie del narcisismo la tipologia di relazioni oggettuali, caratterizzanti il mondo intrapsichico, dandone evidenza mediante l'esame di alcuni casi clinici.
Un fenomeno ormai diffusissimo è il ricorso a diagnosi psicopatologiche anche da parte di chi non ha alcun tipo di preparazione in tale campo, non tanto per ostentare un sapere non conosciuto, quanto piuttosto per cercare di spiegare, spesso con l'ausilio di Internet, comportamenti di partner, amici e colleghi. Infatti, è piuttosto frequente nel nostro lavoro di psicoterapeuti che i nuovi pazienti giungano con una teoria sulla crisi, che vivono, e sul loro malessere in cui il narcisismo dell'altro ha avuto effetti disastrosi sul proprio equilibrio psichico. Innegabilmente viene così per paradosso a crearsi una situazione con lo psicoterapeuta definibile narcisistica: l'incontro con l'altro, in questo caso con la competenza dell'altro, deve essere evitato perché troppo pericoloso per il proprio equilibrio, dato che l'esperto potrebbe smentire la teoria esplicativa e introdurre l'idea della responsabilità del soggetto rispetto alla propria crisi. Ci sembra quanto mai opportuno il riferimento a Modell A.H. (1986) l'analista che per primo collegò l'atteggiamento rifiutante del narcisista al rifiuto originario della propria madre, in quanto oggetto eccessivamente intrusivo. Il narcisista si comporta come se potesse fare a meno dell'altro, poiché il suo Sé pone la propria immagine come oggetto primario da contemplare; ma il mito ci insegna che nel momento in cui Narciso tenta di entrare in contatto con la sua stessa immagine, questa va incontro ad una vera e propria frantumazione. Si potrebbe dire che la nostra stessa immagine non può reggere tutto il carico libidico, di cui è fatta oggetto, e perciò va in pezzi a dimostrazione di una presunta portanza, frutto soltanto di un'illusione narcisistica fallimentare. Possiamo infatti constatare nella nostra vita, a tantissimi livelli, la pericolosità degli investimenti totali di stampo piramidale, in cui null'altro esiste. Mentre innegabilmente chi sceglie di investire le proprie energie in vari ambiti sarà meno esposto a crisi e crolli psichici gravi, perché potrà spostare i propri investimenti su altri "oggetti" forte dell'esistenza di relazioni oggettuali dense di alternative. Dunque, chiunque si rivolga a noi terapeuti con un sapere già saturato, a cui non c'è più nulla da aggiungere, e che non ha bisogno di niente da parte nostra, proprio come fece Narciso con la ninfa Eco, rischia di distruggersi e morire per mano del suo stesso esasperato auto-riferimento. L'etichetta diagnostica di "Narcisista" è stata così appiccicata addosso alle persone più disparate, svuotata completamente di qualsiasi valore discriminante e mirante ad una vera comprensione della sofferenza, che invece c'è in chi ha veramente una patologia del narcisismo. Forse però potremmo dire che Narciso ha assunto un aspetto proteiforme nella clinica, per vincere il suo aspetto mortale, così tanto angosciante per la madre Liriope, e riservarsi così l'immortalità. Anche la moltitudine infinita di pubblicazioni sul tema dà evidenza ad un certo grado di confusività rispetto alla definizione del concetto di narcisismo in sé. Pertanto, a fronte di questa sorta di livellamento azzerante qualsiasi differenza diagnostica, l'articolo si propone di operare una sorta di lavoro di differenzazione clinica isolando un criterio, che ci permetta di muoverci nel mare del narcisismo. Riteniamo che sia più che mai opportuno, ai fini della comprensione dell'articolazione del narcisismo, riferirci alle relazioni oggettuali e coglierne il posizionamento e la funzione difensiva e strutturale in seno all'economia e all'organizzazione delle diverse personalità; non dobbiamo infatti mai dimenticare che i comportamenti, i pensieri, i sentimenti e gli atteggiamenti che riflettono il narcisismo si collocano sempre su un ampio continuum di esperienze.
Con il termine "relazione oggettuale" la psicoanalisi intende riferirsi al ponte tra organizzazione del mondo interno di un soggetto e il suo modo di relazionarsi all'ambiente esterno. Il mondo intrapsichico è frutto di aspetti biologici e di precocissime esperienze, che danno vita ad una particolare concezione dell'oggetto, ad un modo specifico di rapportarsi all'altro per tutelare la propria immagine di sé e ad un corollario di difese psichiche per tamponare l'angoscia. Ne deriva che esistono diverse tipologie di relazioni oggettuali e noi ci soffermeremo dapprima su alcune di esse, spesso riscontrabili nella clinica, le quali corrispondono ad altrettanti livelli di sviluppo psichico. Nell' avviarci lungo questo percorso, riteniamo che sia necessario occuparci innanzitutto di una differenza molto ben evidenziata da Winnicott (1971) tra "entrare in rapporto con l'oggetto" e "usare l'oggetto", i cui significati sono letteralmente invertiti rispetto al lessico convenzionale."Entrare in rapporto con l'oggetto", solitamente usato per riferirsi a una relazionalità matura, invece viene riferito da Winnicott a una forma di relazionalità più primitiva, decisamente narcisistica, in cui l'oggetto è solo "un fascio di proiezioni", un'estensione del Sé; mentre "usare l'oggetto" implica il riconoscimento delle sue peculiarità, di cui noi evidentemente abbiamo bisogno. Nel caso dell'entrare in rapporto con l'oggetto siamo di fronte a ciò che si definisce narcisismo primario, tipicamente psicotico, in cui il "sentimento oceanico", di cui parlò l'amico di Freud, Romain Rolland, in una lettera a lui indirizzata del 1927, e ripreso da questi nel 1929 in "Il disagio della civiltà", altro non è che "[…] un sentimento onnicomprensivo che corrispondeva a una comunione quanto mai intima con l'ambiente" (Freud, 1929); nello stadio del narcisismo primario vi è proprio "un ripudio primordiale, da parte dell'Io narcisistico, del mondo esterno". Per rendere più chiaro ciò che stiamo sostenendo, basti pensare per un attimo a ciò che prova uno psicoterapeuta stando nella stanza di analisi con un paziente psicotico: sente di non esistere, che lì si stia realizzando un'onnipotenza inanitaria del paziente, per cui può essere lì, lo psicoterapeuta, solo se accetta una condizione di indistinzione con il paziente. Nonostante lo sviluppo psichico, come sosteneva Racamier (1993), non possa prescindere dal lutto dell'unione narcisistica assoluta con l'oggetto-madre e proceda verso relazioni con gli oggetti esterni al proprio Sé, è innegabile che in ognuno di noi resti sempre sullo sfondo psichico una certa dose di illusione narcisistica onnipotente, mitigata però da un sano esame di realtà e da una concezione positiva dei limiti personali. Freud (1914) in "Introduzione al Narcisismo" considerò l'illusione narcisistica onnipotente come una parte residuale dello stesso sviluppo psichico, affermando che "lo sviluppo dell'Io consiste in un allontanamento dal narcisismo primario" ma persiste sempre "un intenso anelito a riconquistarlo". Ne è una dimostrazione il lavoro psichico della fantasmatizzazione primaria, in cui non solo il bambino ma anche noi adulti creiamo a livello immaginario l'oggetto in sua assenza nella realtà, invenzione creativa di un mezzo per riuscire a fare a meno dell'oggetto.
L'oggetto però sarebbe sempre una parte di sé e ciò ci richiama al mito di Narciso in cui abbiamo il totale ritiro libidico su di sé a scapito dell'oggetto altro da sé, come dimostra l'indifferenza nei confronti di Eco. Nel confronto/incontro con l'oggetto reale (fantasmatizzazione secondaria) il bambino, come tutti noi, non può fare a meno di percepire che l'altro è diverso da come se l'era immaginato; quindi, si crea la prima ferita narcisistica. La psicopatologia, dunque, è il riflesso di come viene gestita questa prima ferita narcisistica. Se vi è il ricorso a processi difensivi forclusivi, come nelle psicosi, nelle prepsicosi o nelle perversioni, nelle quali viene precluso l'accesso alle differenze, la ferita narcisistica viene denegata, per cui non esiste. Se invece si attivano meccanismi di difesa scissionali dell'immagine dell'oggetto in buono o cattivo, come accade in tutti i disturbi di personalità, la ferita narcisistica si "risolve" rendendo spregevole l'oggetto che l'ha suscitata. Molto diversa è la soluzione che trovano i più evoluti nevrotici, i quali, confrontati con la "ferita narcisistica" legata alla scoperta di non essere un tutt'uno onnipotente con l'oggetto e che l'oggetto creato dalla mente non esiste identico nella realtà, rispolverano la percezione di essere parzialmente limitati; l'integrazione di una rappresentazione mentale di sé come persona portatrice di limiti e perciò bisognosa dell'altro li aiuta proprio a tamponare l'angoscia di castrazione che si scatenerebbe immaginando di realizzare i propri desideri e di prendere un posto non loro. Inoltre, nella valutazione del rapporto tra "vicende" del narcisismo e psicopatologia si dovrà sempre valutare quanto le diverse organizzazioni di personalità ricorrano a rimemorizzazioni dell'antico "sentimento oceanico", fatto di fantasie di onnipotenza per tamponare le ulteriori ferite narcisistiche legate ad esperienze traumatiche come abusi, gravi carenze, strappi dei legami, fraintendimenti nella comprensione dei bisogni affettivi. Pensiamo per un attimo al borderline in cui la fantasmatizzazione primaria, con la sua pretesa che la realtà si uniformi alle sue aspettative idealizzanti, ha decisamente un ruolo preponderante nel mantenimento di un narcisismo che non ammette deroghe, rispetto al soddisfacimento del principio del piacere. L'Io, dunque, del borderline tenterà periodicamente di recuperare lo stadio onnipotente tramite scelte oggettuali narcisistiche, decisamente di stampo diadico, in cui o vi è l'identificazione con oggetti idealizzati, tentando così di appagare l'Ideale dell'Io oppure c'è il completo rigetto. Il borderline creerà sempre relazioni d'oggetto narcisistiche impregnate strutturalmente di identificazione proiettiva e questo aspetto, come sappiamo bene, ha un'importante ricaduta sull'andamento delle sedute e dovrà essere mitigato attraverso uno scambio tra psicoterapeuta e paziente in cui la gratificazione narcisistica dovrà sempre avere in sé un certo grado di frustrazione per favorire l'integrazione sicuramente più evoluta. La nostra esperienza clinica con i borderline ci autorizza a dire che questi presentano sempre una grave carenza rispetto alle strutture egoica e superegoica interne di riferimento, nonché rispetto alla struttura narcisistica della personalità su cui poter basare le proprie valutazioni per la gestione del mondo emotivo, della realtà esteriore, dei propri desideri e ideali, delle proprie decisioni. I borderline presentano sempre gravi deficit rispetto alla capacità di sopportare i sensi di colpa e di trovare soluzioni riparative, non avendo sperimentato dentro di sé l'impasto edipico foriero di relazioni oggettuali triadiche. Vorremmo fare riferimento nello specifico ai ragazzi borderline, che a nostro avviso presentano in modo esasperato un Io fortemente orientato all'attualizzazione, sempre fallimentare, di quella illusione narcisistica originaria, che diventa il vero impedimento alla realizzazione piena e valorizzante il proprio sé e ad un buon adattamento relazionale. Il narcisismo dei ragazzi con un funzionamento borderline potremmo assimilarlo ad un'edera che avvolge superficialmente la loro personalità senza sostanziarla, senza dargli nerbo, e come si sa può essere strappata facilmente non avendo radici profonde. Si esaltano per le loro "bravate" rischiose o per il fatto di non lasciarsi coinvolgere completamente in nulla, ma crollano non appena qualcosa nella loro vita dia evidenza al fatto che la realtà, sia essa interna o esterna, non può uniformarsi ai dettami dell'Ideale dell'Io come vorrebbero le loro relazioni oggettuali diadiche. Diventa dunque indispensabile per il nostro lavoro rivolgere sempre lo sguardo alle relazioni oggettuali e a quelle narcisistiche in particolare, così come si esplicano nella relazione psicoterapica, per comprendere a quale concezione del mondo o meglio a quale politica della mente si rifà il paziente, vale a dire se a quella che attiene al mito di Narciso o a quella che attiene al mito di Edipo. In particolare, crediamo che si debba rivolgere uno sguardo particolare alle modalità di transfert evidenziate dai nostri pazienti nel rapporto analitico e qui ci allineiamo alla posizione di Kohut, che attraverso la sua lunga esperienza clinica isolò due tipologie: quella speculare e quella idealizzante. La prima avrebbe a che fare con il bisogno del paziente di "ammirazione" e "rispecchiamento" da parte del terapeuta, quasi come se questi dovesse esserci solo per dare al paziente ogni sorta di soddisfazione e appagamento del bisogno di essere esaltato. La seconda riguarderebbe il bisogno del paziente di idealizzare il terapeuta, in quanto solo se perfetto può stare in relazione con lui, altrettanto perfetto. Per ricercare nella relazione terapeutica queste tipologie di assetti da parte dello psicoterapeuta evidentemente le loro figure genitoriali non sono state in grado di accogliere e reggere gli aspetti di onnipotenza infantile, per cui il bambino cerca un'altra soluzione difensiva: restare fissato allo stadio dello sviluppo psichico in cui regna un "Sé grandioso arcaico", senza mai giungere ad un equilibrato sentimento di autostima e di fiducia in sé stessi. Sempre la nostra esperienza clinica con i ragazzi borderline, infatti, ci ha convinto del fatto che è molto riduttivo identificare il narcisismo con l'amore di sé, visto che si amano molto poco e non sono affatto innamorati di sé, laddove lo stesso mito di Narciso è abbastanza esplicativo nel mostrare che il narcisismo è piuttosto una forma di interazione specifica di matrice arcaica con il Sé. Nel mito di Narciso, come Henseler scrive, si parla dell'amore per un oggetto costituito da un'immagine speculare che viene scambiato, tragicamente, per un oggetto reale. Inoltre, nel mito, la relazione di Narciso con la propria immagine riflessa ha poco a che vedere con uno sfrenato egoismo; è presentata piuttosto come una fatalità crudele, come la punizione di un dio, punizione che consiste nell'incapacità di amare oggetti reali. Narciso desidera ardentemente la ninfa Eco, ma non il corpo di questa; Narciso è contento di sentirla e di vederla, ma quando lei vuole abbracciarlo si ritrae inorridito. Stando al mito, la paura della prossimità fisica è chiaramente collegata alla vita precedente di Narciso. Egli è un figlio unico di rara bellezza, ma ahimè frutto della violenza subita da Liriope per mano del dio del fiume Cefiso (Henseler, 1991, 200) e proprio rispecchiandosi nell'acqua, vi muore. Narciso, dunque, si distrugge ricercando la fusionalità originaria con la madre Liriope, ninfa della sorgente ed è proprio la sua illusione narcisistica onnipotente a divenire mortifera. Quanto su detto è spiccatamente evidente nel disturbo di personalità narcisistico costantemente teso a non entrare completamente in contatto con nessuno, proprio perché troppo angosciato dal pensiero di deludere ed essere deluso. Questi rivolge il suo sguardo rapito a sé e all'oggetto idealizzato, ma solo lo sguardo, che diviene un vero e proprio distanziatore. Allo sviluppo psichico di Narciso, ma diremmo di tutti i disturbi di personalità, mancano un padre e dei fratelli, manca cioè la possibilità di avere accesso alla dimensione edipica con quello che significa per la vita mentale, vale a dire capacità di fare le differenze, di separarsi ed individuarsi, di riconoscere l'altro da sé, di aprirsi alla triangolazione come possibilità sempre altra di trovare soluzioni, e così di reggere la realtà e di accedere all'elaborazione della posizione depressiva, in cui l'illusione onnipotente abdica a favore di una realizzazione realistica del proprio vero Sé. Questi pazienti, pur non essendo egoisti, non riescono ad amare oggetti reali, a toccarli in modo amoroso a livello fisico e mentale, a condividere con essi le mucose, a farsi pervadere da quanto di più prezioso l'altro possa dare loro; loro si riflettono soltanto nell'altro spesso disperatamente. Nei disturbi di personalità, di cui fanno parte anche il disturbo borderline e quello narcisistico, peraltro è tutto molto poco definito; talvolta, infatti, sembrano governati dall'Es in un gioco proiettivo fatto di comunicazioni altamente emotive, richiedenti e rigettanti il contenimento; ad esempio, per i borderline esiste un'unica regola, quella evacuativa anale del tutto e subito. Altri si presentano dominati dall'Ideale dell'Io, che li costringe al vissuto della perenne sconfitta e umiliazione, condito da atteggiamenti paranoidei densi di giudizio negativo; unica legge fondante il loro vivere è quella del tutto bianco/perfetto o tutto nero/sbagliato. Queste due tipologie di funzionamento psichico limite, tipiche dei disturbi di personalità, hanno in comune una carente formazione di strutture regolatrici, responsabili della sicurezza e soprattutto dell'autonomia dell'individuo e del suo narcisismo. Freud nel suo lavoro del 1931 "Tipi libidici" si interessò a cercare le differenze tra chi investe solo sulla conservazione di sé, rivelando una scarsa dipendenza dall'amore e dalla considerazione degli altri, chiamato "tipo narcisistico", e chi, essendo dominato dal bisogno di essere amato ed approvato, prova fortemente l'angoscia di perdere l'amore dell'altro ed è particolarmente dipendente, definito perciò "tipo erotico". Sicuramente una persona equilibrata dovrebbe presentare una sorta di mescolanza dei vari tipi, la cui scelta varierà da situazione a situazione.
Completamente diversa dalla situazione dei disturbi di personalità è quella dei pazienti con una struttura di personalità nevrotica, i quali possono presentare delle fragilità narcisistiche, ma mai un vero e proprio disturbo del narcisismo, dato che possono appoggiarsi a relazioni oggettuali di tipo triangolare, in cui esistono rappresentazioni mentali ben differenziate e dense di simbolizzazione rispetto alle differenze sessuali. I nevrotici hanno strutture narcisistiche più solide, a cui riferirsi in caso di frustrazioni e fallimenti, avendo consolidato il proprio fallo. Tuttavia, ci sembra opportuno fare comunque un riferimento ad una tipologia di nevrotici in evidente crescita in questo periodo storico. Trattasi di nevrotici che si presentano letteralmente attanagliati dai divieti di un Super Io severissimo, fortemente penalizzanti i loro desideri, che rappresentano quanto di più personale, e inducenti il loro Io ad attivare automaticamente l'inibizione come difesa. L'inibizione in questi pazienti si presenta sotto la forma di una restrizione di molte funzioni, in particolare di quelle che possono più di altre fondarsi sull'espressio+ne delle pulsioni dell'Es, che provocherebbe l'inondazione dell'Io da parte dell'angoscia. La loro non è un'angoscia reale, ma un'angoscia nevrotica, che è sempre connessa alla paura di evirazione, cioè di separazione e perdita di un oggetto altamente stimato e investito narcisisticamente: il proprio fallo. Sono pazienti che prendono troppo sul serio pressoché tutto ciò che loro fanno o che gli altri fanno a loro, riempiendolo di significati che alla fine li inducono a concludere che sia meglio inibire le azioni per restare unicamente sul piano del pensiero. Però nell'atto di fare ciò si ritrovano insicuri, vacillanti nel loro narcisismo e completamente incapaci di pensare che la messa in atto di un loro desiderio sia assolutamente fisiologico. Piuttosto restano completamente imbrigliati in un conflitto sine die, pur di evitare l'angoscia di "evirazione", e passano gran parte del loro tempo a valutare le conseguenze delle loro possibili azioni, sottovalutando il fatto che nessuno di noi può prescindere dall'agire per riuscire ad essere sé stesso. Da quanto finora visto, emerge dunque che il narcisismo può essere concepito solo su base relazionale, in quanto va a definirsi nelle relazioni primarie e necessita dell'altro per la sua estrinsecazione in un movimento costante di attrazione-repulsione verso l'altro da sé. La posizione narcisistica pura sembrerebbe inconcepibile, eccetto che all'origine nel narcisismo primario in cui vi sarebbe un discutibile stato non oggettuale, subito temperato dal richiamo all'altro. Oggi più che mai il richiamo dei social, che investe prevalentemente i ragazzi, ma non solo, sembra dirci che dobbiamo assolutamente concepire la natura relazionale del narcisismo. Comunque riteniamo che per il valore che assumono i giovani in un necessario processo di "futurazione" del nostro sentire sociale tutto il resto del nostro articolo debba concentrarsi sul disagio del narcisismo da loro mostrato, anche con il prezioso ausilio della clinica. Vorremmo partire con la domanda che Winnicott poneva ad ogni adolescente ricoverato nell'Ospedale di Paddington Green, dove questi lavorò dal 1923 fino al 1962: "Come vorresti essere da grande?" La scelta di partire da questa domanda di Winnicott è stata fatta per sottolineare immediatamente l'obiettivo terapeutico che dovremmo porci con tutti i pazienti ma particolarmente con gli adolescenti, che presentano un narcisismo mal strutturato; vale a dire portarli dalla condizione di non essere in grado di formulare questa domanda e altre correlate, o ancor meno di dare risposta alle stesse, alla condizione di esserlo a dimostrazione di un narcisismo ben strutturato. Per riuscire in questo intento dovremo precisare che il trattamento delle patologie del narcisismo richiede di fare riferimento alla prospettiva psicoanalitica ontologica che si sostanzia nella strutturazione della soggettività sempre in rapporto all'alterità, rispetto alla quale i giovani hanno grandi difficoltà; ma sarà necessaria anche l'integrazione dell'approccio psicoanalitico relazionale per dare evidenza agli aspetti narcisistici che caratterizzano le sedute con ragazzi che presentano funzionamenti limite, che possono esitare in veri e propri disturbi di personalità, e con ragazzi con funzionamenti più nevrotici di tipo ossessivo, decisamente in aumento. Cercheremo poi attraverso dei casi clinici di sottolineare alcuni passaggi terapeutici importanti del Processo Psicoanalitico Mutativo, che danno evidenza alla necessità di staccarsi dall'idea della mente come "apparato per pensare" (Freud, Klein, Fairbairn) e di abbracciare l'idea che la mente è un processo vivente (Winnicott, Bion), che va a coinvolgere sempre l'altro. Il P.P.M., Processo Psicoanalitico Mutativo, è un metodo psicoterapico psicoanalitico focalizzato sulla diagnosi del funzionamento psichico, su cui basa tutto il processo trasformativo delle difese del paziente, che vanno a formare la rappresentazione mentale di sé; va precisato che qualsiasi trasformazione si realizza grazie alla relazione tra paziente e psicoterapeuta, coinvolgendoli entrambi. Ritornando alla domanda di Winnicott, va detto che ai tempi di chi scrive, ed evidentemente anche prima, la domanda di Winnicott ci veniva posta spessissimo quando incontravamo un adulto in una sorta di gioco fortemente narcisizzato, visto che ci veniva spontaneo rispondere che da grandi avremmo voluto essere qualcuno di importante e che avremmo svolto un lavoro altrettanto importante. Innegabilmente nel rispondere così coglievamo anche l'aspettativa dell'adulto nei nostri confronti, che già di per sé era un'investitura narcisistica. In quelle situazioni, senza saperlo, vi era già attivata una relazione oggettuale triadica: la rappresentazione mentale di come si voleva essere e diventare, il ragazzino e l'adulto, reali e immaginari. Il desiderio faceva da ponte tra le fantasie su di sé proiettate nel futuro, ricche di piacere e la consapevolezza della necessità di dover "lavorare" molto per poterle realizzare, entrambe dimostrazioni di un narcisismo ben strutturato, perché inclusivo dell'idea del limite, esito della triangolazione edipica.
Infatti, vi era l'appoggio ad una struttura intrapsichica fondata sul mito di Edipo, che sostanzia simbolicamente il limite della conoscenza, ma al tempo stesso la spinge a cercare la verità di sé a qualsiasi prezzo. Nell'"Edipo re" di Sofocle, infatti, cogliamo tutta l'ansia della conoscenza e, al contempo, la coscienza di quanto difficile sia conoscere: Edipo, che pure aveva risolto l'enigma della Sfinge, sentiva che non tutto di sé gli era chiaro nonostante i mille indizi e perciò decise di spingersi oltre i limiti per poter giungere ad un vero sapere di sé. Può sembrare fuori luogo il riferimento al mito di Edipo, dato che il ragazzino nel rispondere alla domanda "Cosa vorresti essere da grande" sembra già sapere del suo futuro; in verità l'uso del condizionale "vorresti" dà evidenza proprio al limite della conoscenza del proprio futuro, ma al tempo stesso al valore della fantasia creativa e narcisisticamente strutturante su di sé. Sempre più spesso oggi ci arrivano in psicoterapia adolescenti e tardi adolescenti spenti, inibiti, pieni di angoscia, bloccati nei loro percorsi di studio, privi di sogni, con le menti letteralmente ingolfate da pensieri per nulla produttivi, ma piuttosto fortemente ossessivi, con sintomatologie coinvolgenti il corpo che ancor di più giustificano il pensiero ridondante e chiuso intorno al malessere, inclini ad un atteggiamento di controllo verso l'ambiente sentito come minaccioso nei confronti della loro immagine. Sono ragazzi fortemente angosciati dal pensiero di non essere all'altezza delle aspettative dei loro coetanei, che si sentono spesso giudicati per via di una massiccia proiezione dei loro aspetti giudicanti, nei quali il futuro è stato letteralmente messo da parte per il prevalere di un presente non incoraggiante. I ragazzi di cui stiamo trattando presentano infatti un Io fortemente orientato all'attualizzazione, sempre fallimentare, di quella illusione narcisistica originaria, di cui si diceva, che diventa il vero impedimento alla realizzazione piena e valorizzante il proprio sé e ad un buon adattamento relazionale. Dunque, in questi casi, solitamente facciamo sentire loro che, stando nella stanza di analisi, devono rinunciare alla gratificazione diretta e alla valorizzazione totale da parte dell'oggetto, cioè del terapeuta, e a seguire gli rendiamo merito e gli riconosciamo questo loro sacrificio. Così la soddisfazione del loro bisogno narcisistico si realizza reggendo la parziale frustrazione della gratifica immediata, data tra l'altro da un adulto significativo, che dona loro conferma e testimonianza di una forza dell'Io, che pensavano di avere senza averla veramente. Abbiamo potuto constatare che questo è un fattore decisivo per la crescita e lo sviluppo di strutture psicologiche, utili anche all'apprendimento scolastico.
Riprendendo la domanda di Winnicott, che sostanzialmente ci richiama alla questione ontologica, dato che dice "Cosa vorresti essere da grande?", vorremmo dare evidenza ad un ulteriore atteggiamento fondamentale in una psicoterapia psicoanalitica, come sostiene il P.P.M., che attiene all' "aspettare", come Winnicott (1969) in "Gioco e realtà "ci suggeriva, prima di trasmettere ai nostri pazienti ciò che abbiamo capito di loro, soprattutto se adolescenti. Il nostro bisogno di interpretare, perché troppo pervasi dalla psicoanalisi epistemologica che spesso appaga il nostro bisogno narcisistico di essere depositari di un sapere dell'altro, rischia di impedire al ragazzo di fare l'esperienza che consente di arrivare a capire in maniera creativa e con gioia immensa come lui è e da lì diventare pratico con il processo che permette di diventare più pienamente sé stesso.
Innegabilmente gli adolescenti di cui tratteremo nelle sottostanti finestre cliniche, per varie vicissitudini, non hanno potuto fare l'esperienza di scoprire creativamente sé stessi e diventare pienamente sé stessi.
Finestra clinica
Veniamo contattati telefonicamente da un ragazzo di 20 anni, che al telefono si presenta in modo educato e particolarmente minimalista nella comunicazione. Questo stile comunicativo povero di avverbi e di aggettivi, coloriture necessarie nel rapportarsi all'altro, era già intriso di aspettative idealizzanti nei nostri confronti: dovevamo capire ciò che lui ci stava dicendo senza troppo sforzarsi e al tempo stesso ci richiedeva una sorta di rispetto a prescindere dal fatto che se lo fosse conquistato. Filippo, nome fittizio, all'apparenza si presentava in modo molto adeguato alla sua età salvo un atteggiamento esagerato da adulto, da persona già vissuta. Focalizzò subito il problema che lo aveva indotto a chiedere una psicoterapia: non riusciva a studiare, si sentiva completamente bloccato, era apatico, passava molto tempo a letto, per poi attivarsi quando organizzava serate − aveva con altri suoi amici una società nel settore − grazie ad alcool e sostanze, oppure quando litigava con la sua ragazza diventando violento verbalmente. La diagnosi di funzionamento borderline fu presto fatta, e la crisi era sicuramente stata provocata dall'essersi reso conto che la sua identificazione con l'oggetto "figlio ideale" non aveva retto l'impatto con la realtà; di fatto il sistema di successi, tra questi anche l'aver conquistato la ragazza più bella della scuola, si stava sgretolando e rischiava anche di essere lasciato dalla fidanzata esasperata dai suoi comportamenti. Filippo diventata aggressivo con lei, ogniqualvolta la ragazza si prendeva delle libertà, nel vestiario o nei comportamenti, offensive per il suo orgoglio narcisistico, che lui sentiva obbligatoriamente da difendere agli occhi degli altri; ci ripeteva, infatti, spesso che la gente lo conosceva come uno tosto. Terzo ed ultimo figlio di una famiglia piuttosto altisonante per la discendenza nobiliare della madre e per il ruolo professionale del padre, Filippo al pari dei suoi fratelli, doveva tenere alto il cognome che portava. Peccato però che questa fosse una famiglia che funzionava in modo borderline in tutti gli ambiti: perfetta all'apparenza e poi non appena si riunivano, scoppiavano vere e proprie risse tra loro, la madre super accondiscendente e il padre coercitivo… Durante il primo colloquio Filippo ci disse anche che se avesse pensato di interrompere gli studi universitari il padre glielo avrebbe impedito a suon di botte e male parole, modalità molto consuete al grandissimo professionista. Dunque, il ragazzo non poteva proprio contare su una struttura narcisistica sana, appoggiantesi su relazioni oggettuali triangolari, in quanto tutto il suo mondo relazionale era diviso tra buoni e cattivi, e la sua identità cercava di definirsi attraverso l'identificazione con un oggetto ideale: quello dell'imprenditore affermato. Vi era nella sua mente una sorta di distorsione della realtà, visto che aveva solo 20 anni, cioè una sorta di accelerazione, di esasperazione della necessità di trovare sempre e ovunque un altro corresponsivo ed esaltante la sua persona. Ovviamente questo tipo di relazione oggettuale diadica − tutto e subito − si palesò anche tra noi: l'aspettativa che noi gli dessimo immediatamente una soluzione per il superamento della sua apatia, vero impedimento per lui al raggiungimento della laurea, fu quasi tangibile. Filippo sembrava irrequieto nelle sedute e pronto all'attacco, che peraltro talvolta c'era, nel vedere che la sua illusione narcisistica onnipotente in parte proiettataci addosso, per cui in quattro e quattr'otto lui doveva riuscire a scrivere nella chat di famiglia che era riuscito a superare il primo esame, coesisteva con un certo grado di frustrazione. All'inizio della psicoterapia arrivava spesso in ritardo, pretendendo che noi lo accettassimo senza battere ciglio, e soprattutto che non gli facessimo pagare per intero la seduta; si comportava come se tutto gli fosse dovuto al pari di un principe − memoria di un casato fuori tempo − sperando in una nostra reazione violenta, di cui lui era molto più esperto di noi. Il nostro atteggiamento rimase invece costante e fermo, nonostante l'irritazione che peraltro gli palesammo, grazie al pensiero che nella relazione analitica con Filippo si stesse ripresentificando una squalifica di sé importante. Gli chiedemmo, dunque, che cosa gli facesse pensare il nostro modo di porci nei suoi confronti e lui ci rispose che doveva essere l'atteggiamento tipico dello psicoterapeuta in casi come il suo, escludendo completamente l'ipotesi che il nostro modo di porci fosse diretto proprio a lui. Gli rispondemmo che si era sbagliato proprio perché troppo velocemente ci aveva voluto rispondere e che in verità il nostro comportamento era intriso di valorizzazione di lui, in quanto lo consideravamo capace di cogliere e mettere in atto un principio, cioè che nulla si raggiunge se non con la pazienza, il sacrificio e la tenacia, frase che poi lui riportò nel suo Stato di Whatsapp. Ci riferivamo solo a lui o anche a noi? Sicuramente la psicoterapia con Filippo ha messo a dura prova la nostra pazienza: tantissime volte avremmo voluto agire da borderline e sbatterlo fuori, così come avremmo voluto interrompere il trattamento. Tutti noi sappiamo che una psicoterapia funziona solo se paziente e terapeuta si sentono alla pari! Sottoponendoci ad un certo grado di frustrazione delle nostre pulsioni evacuative, nonché del nostro desiderio di ottenere in tempi brevi un successo terapeutico e quindi appellandoci alla nostra forza dell'Io, permettemmo a Filippo la parziale identificazione con un oggetto ben poco ideale, sebbene sicuramente solido nel proprio narcisismo professionale dato che eravamo piuttosto convinti che saremmo riusciti insieme con pazienza a metterlo nella condizione di applicarsi con metodo allo studio e di scoprire la sua vera identità.
Quando Filippo cominciò ad arrivare puntualmente alle sedute, fummo pronti a gratificarlo sottolineando il fatto che ci stava confermando che ci sarebbe riuscito per sua dignità, nonché per rispetto nei nostri confronti; gli riservammo una analoga gratifica nel momento in cui ci riferì di non aver inveito contro le persone, nonostante le situazioni in cui si era trovato fossero particolarmente favorevoli a far uscire la parte violenta di sé, di derivazione paterna. Il testimone narcisistico troppo pesante, quasi schiacciante la personalità di Filippo, lo aveva indotto a lasciarlo cadere, ma un certo potere doveva esercitarlo sugli altri, così era ricorso all'identificazione con un padre molto poco edipico, ma piuttosto pervaso dal trinomio "Padre, Padrone e Padre Eterno", nella sua parte dura e impositiva. Ma Filippo era veramente così? Notammo con il tempo che ogni volta che il ragazzo si imponeva in malo modo su qualcuno, riferendoci il fatto in seduta, alla fine aggiungeva, senza lasciar trapelare però un particolare struggimento, che si era dispiaciuto e che avrebbe voluto chiedere scusa. Lo gratificammo rispetto a questo cambiamento, che dava evidenza ad un avvio di mentalizzazione, ma aggiungemmo che l'altro avrebbe voluto sentire nelle sue parole un profondo dispiacere per ciò che lui gli aveva fatto e che quindi dovevamo chiederci il perché di questa sua scissione tra parole ed emozioni. Era cominciata ed è tuttora in atto la fase terapeutica dell'alfabetizzazione delle emozioni, cioè della trasformazione delle parole in vissuti, della comparsa del coraggio nell'ammissione delle stesse, tra cui anche della paura degli esami, insopportabile per un narcisismo incerto ma assolutamente accolta e contenuta da un narcisismo solido. Filippo ha iniziato ad applicarsi allo studio e a superare gli esami, senza troppo sbandierare i suoi successi sulla famosa chat di famiglia, essendo traguardi suoi a conferma delle sue vere capacità. Il ragazzo comincia a rivelare strutture regolatrici interne, che si formano grazie all'incontro positivo con le capacità di risposta dell'oggetto/madre, quando il bambino piccolo si vive prevalentemente come non separato, né distinto da esso. Winnicott (1963 pp 92-93) in "Sviluppo affettivo e ambiente" sostiene però che per il bambino piccolo la stessa madre dà origine a due esperienze diverse di sé a seconda se prevale la madre-oggetto o la madre-ambiente. Precisamente dice: "La madre-ambiente riceve tutto quanto è definibile come affetto e come sentire condivisibile, mentre la madre-oggetto diventa il bersaglio dell'esperienza eccitata sorretta dalla tensione istintuale". Con i ragazzi come Filippo il primo passaggio terapeutico è proporsi come "madre-ambiente", svolgente la funzione di continuare ad essere sé stessi nonostante gli attacchi o le proiezioni idealizzanti. Non è necessario in questa fase esplicitare loro i contenuti dei nostri pensieri, tanto meno le nostre interpretazioni, a parte l'interpretazione iniziatica che il P.P.M. prevede e con la quale noi psicoterapeuti facciamo percepire al ragazzo che lo stiamo trattando da "grande", ma dobbiamo solo favorire la sintonizzazione affettiva, un po' come accade nella relazione madre-bambino piccolo. Questi è interconnesso con il mondo interno della madre nella gestione delle emozioni e sente se i suoi affetti attraverso un sano rispecchiamento vengano riconosciuti. È proprio questa dinamica relazionale che tende a riprodursi tra noi e i nostri pazienti, per cui con il giusto gradiente di frustrazione favoriamo l'incorporazione di tracce mnestiche positive di soddisfazione parziale delle pulsioni, allo scopo di favorire l'introiezione dell'oggetto buono con cui identificarsi. Filippo, che al di là della sua apparente presunzione, si era sempre visto come un oggetto cattivo, per il fatto che dava e si dava pochissime soddisfazioni e si cacciava sempre nei guai anche con le forze dell'ordine, cominciò a pensare che anche lui potesse fare qualcosa di buono e soprattutto a mantenere memoria delle esperienze positive.
Finestra Clinica
Riceviamo una telefonata da una signora, che ci chiede un appuntamento per la figlia quindicenne che ha un problema di acne molto grave. La dermatologa che la segue e che avrebbe fornito il nostro nominativo sosteneva che ci fosse una base psicologica dietro il problema. Appena chiusa la telefonata cominciammo ad immaginare la ragazza ed in particolare il suo viso deturpato dalle acne, senza provare tenerezza ma al contrario un senso di ripulsa; ci chiedemmo subito perché si stesse sviluppando questa reazione controtransferale, assolutamente insolita per noi.
Pensammo che la madre in qualche modo ci avesse indotto ciò, forse allo scopo di provocare in noi una reazione di rifiuto nei confronti di Agnese e così impedirci il crearsi di una coppia analitica.
Questa nostra ipotesi ci aiutò molto al primo incontro con la ragazza, che saliva le scale dietro la madre: minuta nel corpo e un po' dimessa sembrava un po' più piccolina dell'età che aveva, con un bel faccino e soprattutto due occhioni dietro un paio di occhiali dalla montatura poco colorata e piuttosto anonima. Ci guardammo e lei ci salutò molto educatamente. Provammo ad attendere il padre, ma la madre, intuendo, ci precisò che erano solo loro due. A conferma dell'assenza del terzo nel mondo delle relazioni oggettuali, come elemento disgiuntivo e separativo, vi fu un particolare che ci colpì: sebbene non fossero vestite proprio allo stesso modo, entrambe avevano lo stesso stile. Agnese ci stupì tuttavia nel dirci che sarebbe entrata da sola, inducendoci a fare una diagnosi differenziale rispetto alla psicosi, nonostante si presentasse estremamente inibita, quasi un po' goffa. Introducemmo il primo colloquio chiedendo ad Agnese di dirci quale fosse per lei il problema che la faceva essere lì e che poi le avremmo riferito ciò che la mamma ci aveva detto per telefono. Con nostra grande sorpresa Agnese, pur avendo un viso arrossatissimo per l'acne, ci disse che il vero problema era il fatto che lei non aveva amici, era molto isolata, emarginata in classe dai compagni, che la cercavano solo per avere i compiti svolti da lei, essendo molto brava, insomma si sentiva una "sfigata", lei ci soffriva molto e alle volte li detestava per questo. Mentre parlava, Agnese non si perdeva niente di noi, ci scrutava e palesemente tratteneva le lacrime forse per paura di mal apparire ai nostri occhi. Facemmo subito la fantasia che l'acne, così come il suo atteggiarsi talvolta a bambina le servisse per evitare l'angoscia che le suscitava il contatto/confronto con i suoi coetanei, rispetto ai quali si sentiva deficitaria; questa angoscia poi attivava le difese dell'Io tra cui la scissione dell'immagine dell'oggetto e l'evitamento. Ma Agnese era così tanto minacciata dai suoi coetanei o piuttosto aveva bisogno di pensarlo per rendere permanente il suo legame con l'oggetto originario e tutelarlo dai suoi attacchi aggressivi? Di fatto Agnese aveva proiettato le sue pulsioni aggressive sui suoi coetanei, i quali innegabilmente si erano identificati con queste proiezioni, viceversa riservando alla madre tutta l'idealizzazione di cui era capace. Parlava della madre con grande ammirazione, cosa piuttosto insolita per una adolescente, e soprattutto la identificava come il "luogo" più sicuro, e la madre faceva di tutto per rinforzare questa immagine di sé. Questo quadro non poteva in alcun modo predisporre alla costruzione di un sano narcisismo, che necessita assolutamente del contatto con l'altro; Agnese attraverso la relazione analitica doveva essere portata a crearsi quelle strutture narcisistiche di cui si parlava sopra. Il primo passo in tal senso lo avevamo compiuto insieme ancor prima che iniziasse il primo colloquio: noi non scivolando nel senso di ripulsa nei confronti del suo volto, in quanto Agnese è molto di più della sua acne, e lei dichiarando alla madre che sarebbe andata verso un'estranea senza di lei, entrando da sola nella stanza di analisi. Agnese basava completamente le sue gratifiche narcisistiche sull'ottimo rendimento scolastico, riportando il massimo dei voti al Liceo Classico, e quindi appoggiandoci a questo le facemmo notare che ciò dimostrava che, con l'impegno, i risultati desiderati si raggiungono e dunque dovevamo chiederci perché non applicasse lo stesso impegno al raggiungimento di un rapporto con i suoi compagni di classe, ma piuttosto si arrendesse subito. Usammo come metafora la traduzione di una versione di greco per chiederle come si sarebbe comportata se, approcciando il testo, avesse incontrato una grossa difficoltà a tradurlo; le chiedemmo se avrebbe consegnato il foglio protocollo in bianco o piuttosto se si sarebbe messa con pazienza a cercare il verbo, il soggetto e i complementi per capire cosa volesse dire l'autore del testo. Nonostante in terapia cercasse continuamente di portarci sulla critica verso i suoi compagni di classe, che noi stoppavamo sempre, dando evidenza al suo tentativo di evitare di parlare del suo problema, lavorammo per diversi mesi sulla possibilità di aprirsi con alcuni di loro e magari condividere anche qualche uscita. Via via Agnese andò verificando che tanti suoi problemi erano anche degli altri e che lei sbagliava nel modo di porsi; soprattutto lei realizzò che, per sentirsi orgogliosi di sé, era necessario rapportarsi agli altri. A ridosso dell'interruzione estiva ci comunicò che aveva preso due decisioni: di iscriversi ad un campo del WWF e di iniziare una terapia farmacologica contro l'acne. Pensammo che volesse farci dono di una soddisfazione a riprova del legame profondo che ormai c'era tra noi: l'abbattimento della difesa dell'evitamento; oggi pensiamo che Agnese con quella comunicazione abbia fatto un dono soprattutto a sé stessa: diventare una ragazza coraggiosa in mezzo agli altri.
Questo caso clinico sembra dunque confermare ciò che sostiene anche il P.P.M.: il narcisismo deve essere concepito seguendo un'ottica relazionale, non solo perché nasce nelle relazioni primarie e si estrinseca in rapporto all'altro, ma perché, per essere trasformato e reso più solido attraverso la psicoterapia, dobbiamo rifarci alla teoria delle relazioni d'oggetto, in cui è continuo il richiamo ai movimenti costanti di attrazione-repulsione verso l'altro da sé. Freud (1914) in "Introduzione al narcisismo" mise in rilievo la posizione dei genitori nella costituzione del narcisismo primario del bambino; il loro amore nei confronti del figlio riflette la richiesta implicita che sia lui ad appagare i loro desideri irrealizzati. I genitori per il tramite di un figlio revivificano il loro narcisismo. Volendo poi rivolgere la nostra attenzione al narcisismo secondario, Semi A.A. (2007) nel suo libro "Il Narcisismo" lo considerò come una situazione psichica più tardiva che comporta l'investimento libidico di un oggetto esterno vissuto però come parte del proprio io; il narcisismo secondario nascerebbe dal fallimento dell'illusione narcisistica onnipotente, rispetto al quale assume l'aspetto di un tentativo di ricostituire delle condizioni psichiche di piacevolezza, di pienezza e di certezza che il narcisismo primario dava l'illusione di avere. Possiamo sicuramente considerarlo un importante passaggio evolutivo che porta al riconoscimento dell'alterità quello in cui il bambino riconosce la sua impotenza fisiologica per cui necessita di un intervento esterno che lo soccorra e lo aiuti; trattasi di una ferita narcisistica che però lo salva dall'idea di poter avere il controllo onnipotente sulla propria vita psichica. La Klein (1935) riteneva che sin dalla nascita il bambino, grazie alla relazione con la madre, può interiorizzare l'oggetto buono e così avviarsi all'autoerotismo e al narcisismo; questa condizione, secondo noi, può realizzarsi soltanto se i genitori nutrono la relazione con il figlio di amore incondizionato e di rispecchiamento.
L'ultima finestra clinica riguarda quei ragazzi con un funzionamento nevrotico ossessivo che, come dicevamo, prendono troppo sul serio pressoché tutto ciò che loro fanno o che gli altri fanno a loro, riempiendolo di significati che alla fine li inducono a concludere che sia meglio inibire le azioni per restare unicamente sul piano del pensiero. Nell'atto di fare ciò si ritrovano insicuri, vacillanti nel loro narcisismo e completamente incapaci di pensare che la messa in atto di un loro desiderio, anche amoroso nei confronti di un coetaneo, sia assolutamente fisiologico. Con questi ragazzi non ricorriamo mai, soprattutto all'inizio del trattamento, ad interpretazioni di transfert o delle loro fantasie inconsce, delle loro paure, dei loro impulsi, dei loro conflitti, ma piuttosto cerchiamo di coinvolgerli nel "giocare" con noi, dato che presentano quasi tutti una vera e propria incapacità di giocare e di "mettersi in gioco", barricati e pieni di paure. Ovviamente quando parliamo di "giocare" non intendiamo lo scherzare con il ragazzo, che si sentirebbe così sminuito da noi e perciò ferito narcisisticamente, ma piuttosto il coinvolgerlo nel comunicare ciò che stiamo vivendo stando insieme, dando così ancor più evidenza al divario tra la nostra soggettività e la sua, a cui tanto tengono gli adolescenti in una sorta di rivendicazione della loro identità, sebbene non ben messa a fuoco. Allora "giocare" diviene l'equivalente dell'incontrarsi in uno spazio transizionale, che consenta ad entrambi non solo l'accesso alla percezione di avere punti in comune, ma anche la disponibilità all'entrata arricchente di "oggetti diversi-da-me nel modello personale", come diceva Winnicott (op. cit. p. 22). Nel caso del trattamento con il P.P.M. di questi ragazzi si è sempre sentito necessario il passaggio da noi a loro di una rappresentazione mentale in loro completamente mancante: quella del piacere condiviso come spunto a legarsi all'altro, in netto contrasto con il legame fondato sull'angoscia. La prima esperienza di piacere cominciano a viverla proprio nella relazione analitica con noi, quando cominciano a vedere che anche le questioni serie non vanno affrontate in modo serioso e pesante, come loro fanno in tutti i campi. Così piano piano sulla scena analitica cominciano a salire sempre più scevri da paure i grandi assenti: i loro desideri.
Brevissima finestra clinica
Trattasi di una ragazza sedicenne, con funzionamento nevrotico di tipo ossessivo, sviluppatosi all'interno di un contesto familiare fortemente ispirato da un modello educativo dei figli denso di controllo delle pulsioni aggressive e sessuali. I genitori si erano separati quando Francesca aveva sei anni per volontà del padre che condensava nel suo atteggiamento ed aspetto esteriore seduzione e rigidità nello stesso tempo. Era evidente che questo evento fosse andato ad interferire gravemente sull'elaborazione dell'Edipo, essendosi ritrovata Francesca di fronte ad un posto vacante, che si rese ancor più disponibile a seguito della perdita della madre dopo cinque anni dalla separazione. Da quel momento, la sua mente fu letteralmente invasa da pensieri ossessivi che in parte la richiamavano a colpe gravi solo pensate ed esitavano in un'inibizione piuttosto importante e in un malessere indicibile; Francesca considerava i suoi desideri i veri responsabili per cui, qualora si sentisse attratta da un ragazzo, cominciava a imbrigliare la sua mente con una serie "di se e di ma" per cui alla fine si immobilizzava letteralmente nel far trapelare il proprio interesse al ragazzo. Tutto ciò però la induceva a sentirsi una vera e propria disagiata rispetto ai suoi coetanei. Il nostro lungo lavoro partito con quella condizione di gioco, di cui dicevamo sopra, ha visto fasi in cui l'indebolimento della rimozione ha permesso di pescare nelle fantasie di Francesca ed altre fasi in cui la ragazza appoggiandosi a noi metteva in atto i suoi desideri, sviluppando così un sano orgoglio di sé per aver avuto il coraggio di affrontare le proprie angosce.
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La riproducibilità digital-auratica
Chi ha rubato la fragile Aura? E quale la relazione con la fragilissima Gaia?
8 giugno, 2024
di Massimo Canevacci
1.
Nella mia ipotesi, una delle principali fragilità dell'ambiente attuale è caratterizzata dai flussi di comunicazione visuale e digitale: una dissipativa ecologia digitale.
Questi flussi ridefiniscono il concetto di identità in senso fratturato, frammentato e molteplice: un flusso determinato in gran parte dal concetto emergente di ubiquità antropologica. Ubiquità è parola chiave per entrare in un aspetto della fragilità soggettiva contemporanea. L'identità fragile non si riferisce solo agli esseri umani ma anche alle opere d'arte e alle persone ivi rappresentate dai grandi artisti del passato. Per questo è importante riflettere su come sia cambiata l'aura, la "sua" fragilità, partendo ovviamente da Walter Benjamin.
Forse anche Gaia ha perso il suo sacro − una volta irriproducibile − per essere proprio come Aura. Gaia e Aura sono connesse.
Inizialmente propongo di osservare e ascoltare il video pubblicato sul sito de la Repubblica [1] nel quale la Monna Lisa di Leonardo Da Vinci trasforma la Gioconda in una "opera d'arte" digitale e vocale. Una Monna Lisa ricostruita. Nel guardare il suo viso modificato che canta una melodia "rap", priva della sua fisionomia bella e misteriosa sono rimasto stupito. Lei è ora e forse per sempre una AI-ML, una Monna Lisa trasformata e trasformabile. Ora la Gioconda ha identità molteplici, ognuno può farsi un'immagine qualsiasi di lei, un'immagine diversa dall'aura originale. O meglio, non ha più "aura". Arte digitale, pubblicità, social e ora AI le hanno rubato il segreto del sorriso.
Quando ero studente, leggevo libri, saggi, discussioni a riguardo: il suo sorriso, ma anche i suoi occhi, il paesaggio erano un enigma. Ognuno poteva dare la propria interpretazione e, ovviamente, anche io avevo la mia.
Questa tecnologia che permette di animare foto o immagini si chiama Vasa-1. Monna Lisa è ovunque e potrebbe essere chiunque.
L'aura Gioconda adesso è fragile, fragilissima. La Gioconda non ha più aura perché diventa ubiqua, fratturata, ogni sua immagine parziale può essere riutilizzata senza resistenza. Lei è debole. Dovrebbe essere necessaria la scrittura visionaria di un nuovo Peter Schlemil, che in passato scrisse L'uomo senza ombra o, meglio, di un nuovo Hugo Hoffmanstahl con il suo La donna senza ombra. E adesso il pubblico attende La ragazza senza Aura. Monna Lisa e non solo.
Chi è il ladro di Aura? Chi ha rubato Aura? Dove sta Gaia?
2.
Come è noto, Walter Benjamin scrisse il suo celebre saggio sulla riproducibilità tecnica in un conflitto dialettico (e politico) con l' "aura" irriproducibile incarnata nell'opera d'arte. Per lui la crescente produzione di film e fotografie seguita dalle classi popolari era una sfida contro la struttura di classe aristocratico-borghese e contro l'estetizzazione fascista della vita. Di conseguenza, tutta la manifestazione delle arti visive, del cinema, della fotografia stava diventando – a suo avviso – riproducibile attraverso la tecnologia in una prospettiva proletaria rivoluzionaria.
Nello stesso saggio Benjamin scrive anche un'anticipata visione sul fragile potere dello sguardo sviluppando le tesi freudiane sull' INCONSCIO OTTICO. Qui non è possibile focalizzare tale prospettiva, tuttavia per me uno sviluppo così creativo − sulla classica tesi freudiana sulla sua "scoperta" dell'inconscio − attende un'analisi profonda e nuova, focalizzata su come inserire l'inconscio ottico negli inesauribili flussi digitali: la fragilità inflazionata dell'ottica sta forse ormai penetrando nell'inconscio?
Adorno rispose al saggio di Benjamin sulla riproducibilità dell'arte con un libro sulla reificazione dell'ascolto; presenta uno scenario in cui le tecnologie massificate – piuttosto che la liberazione sotto la bandiera della riproducibilità – aumenterebbero la reificazione di massa e la personalità autoritaria. Questi punti di vista divergenti riguardo tecnologia e cultura non potranno mai essere risolti tra loro due e forse non lo saranno da nessuno dei loro seguaci. La mia ipotesi è che l'onnipresente comunicazione digitale possa affrontare e trasformare la loro opposizione – basata sulla dialettica Hegel-Marx – attraverso un'altra visione del pensiero oltre la sintesi, le dicotomie e anche oltre ogni dialettica.
Il concetto di reificazione (da Marx a Lukàcs) è parola chiave in Adorno fin dal libro La dissonanza e la regressione dell'ascolto. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Adorno divenne ancora più critico nei confronti delle possibilità rivoluzionarie che il cinema o la riproducibilità potessero offrire alla classe operaia. Dialettica dell'Illuminismo fu da lui elaborato con l'amico Max Horkheimer, in particolare nel capitolo molto innovativo sull'industria culturale. Fu uno scandalo sia per i partiti comunisti legati all'Unione Sovietica che per il punto di vista "marxista". Cultura e industria uniscono sovrastruttura e struttura. Questi punti chiave dell'ortodossia dialettica sono unificati dalla nuova forma di cultura del consumo. Ecco perché era solo un'ipotesi disperata immaginare che l'auratica riproducibile potesse favorire una rivoluzione contro la borghesia.
I rapporti tra aura e riproducibilità sono più complessi e deformati. Tali relazioni assumono, in particolare guardando ai social network e alla comunicazione digitale, una specifica fragilità che può favorire un processo oltre un paradigma dualistico. La mia ipotesi è che la comunicazione digitale onnipresente possa affrontare e trasformare l'opposizione "dialettica" tra Benjamin e Adorno attraverso un'altra visione epistemologica: oltre la sintesi, le dicotomie e anche oltre ogni dialettica. Il soggetto ubiquo può affrontare le fragilità antropologiche digitali in una conflittuale prospettiva diversa.
3.
Successivamente, e con un percorso del tutto autonomo, l'arte di Andy Warhol si confronta con la serialità in modo vicino alla riproducibilità di Benjamin e diverso dalla massificazione di Adorno. Ignorando il loro metodo dialettico, Warhol non sintetizza, ma sincretizza i due amici nella sua serialità pop. Così facendo, scioglie la contraddizione dialettica su riproducibilità o massificazione. La sua arte esprime un feticismo sensuale (o meglio un meta-feticismo) attraverso una mercificazione delle icone di massa, che le dissemina nei loro vuoti simbolismi attraverso segni impuri. Assimilando Mao, Marilyn e Campbell, eccita e inebria ambiguamente il loro potere globale politico, sessualizzato e commercializzato. Dopo di lui la dialettica tra arti auratiche o massificate non ha più senso. La pop art penetra il corpo seriale delle merci, seleziona le icone mass mediali più diffuse, disloca merci e simboli vuoti attraverso l'espansione di icone seriali-riproducibili-massificate. E l'icona, ogni icona, non sarà più la stessa. Qualsiasi icona può diventare altra da se stessa.
Paradossalmente Warhol – in quanto artista neo-dandy ironico-erotico-iconico – unifica e rovescia Adorno e Benjamin, creando riproducibilità analogica di serialità auratiche.
Riproducibilità, massificazione e serializzazione sono intrecciate, fluenti e in conflitto. Allo stesso tempo Warhol è condizionato dalla cultura di massa da cui dipende: non esiste pop art senza mass media analogici. Lo scenario attuale è ben diverso: la tecnologia digitale espande la comunicazione in una potenzialità decentrata e autonoma all'interno dei media tradizionali e ancor più al di fuori di essi. Internet sottrae la massa iniziale ai media tradizionali ("mass media"), al di là dei media massificati, riproducibili o serializzabili: il web afferma "il media", un media singolare-plurale che ingloba molteplici operatività, prima differenziate e ora unificate in un unico strumento. Questo media singolare-plurale aiuta una soggettività multividuale che collega logiche esperenziali, ricerche emotive e risultati compositivi. Forse lo stesso concetto di media è obsoleto: iPhone è un Mall: un concentrato di spazi digitali di consumo e comunicazione dove puoi vedere, incontrare, comprare, tutto, e divertirti compulsivamente: I-Mall
4.
I concetti classici di spazio e tempo stanno cambiando radicalmente; ora un'interconnettività digitale diffusa sta favorendo l'ubiquità come concetto emergente che produce un processo fluttuante accelerato e orizzontale riguardante lo spazio-tempo; un flusso frammentato di spazi-tempi segmentati viene connesso, attraversato e assemblato all'interno di riferimenti innovativi e inquietanti su identità, genere, lavoro, radici, territorio.
Ho rianalizzato il concetto di simultaneità elaborato dai futuristi italiani all'inizio del XX secolo nel suo legame con visioni inquietanti delle performance meccaniche. I futuristi si occupavano di sensorialità perturbative determinate dal contesto metropolitano. I futuristi si innamorarono di queste inquietanti tecno-sensorialità al di là di ogni nostalgia per il passato. Da un traffico caotico è emerso il concetto di simultaneità di Marinetti (1921) che unificava differenze artistiche o popolari su stili, modelli, comportamenti.
Dopo la simultaneità futurista, l'ubiquità digitale è ora un concetto sensoriale applicato alle esperienze individuali ampliate nella vita quotidiana insieme a culture social, stili artistici, comportamenti espressivi, movimenti conflittuali. La differenza tra simultaneità futuristica e ubiquità digitale è legata al territorio. L'esperienza ottica della simultaneità è legata allo specifico paesaggio urbano come contesto caotico e creativo. Le esperienze di ubiquità sono materiali e immateriali allo stesso tempo.
L'ubiquità è al di là di ogni dualismo di spazio e tempo, maschile e femminile, materiale e immateriale, natura e cultura, lavoro (work) e lavoro (labour), corpo e anima, aura e riproducibilità. Monna Lisa diventa un soggetto dalle molteplici identità. Divorzia da Leonardo cantando "Paparazzi" e ballando sul cadavere dall'aura fragile.
Pertanto, invece dell'opposizione dialettica tra aura e riproducibilità, le articolazioni digitali mescolano queste prospettive che, da dicotomiche, sono diventate sincretiche, polifoniche, diasporiche, ubique e… fragili. Dalle culture digitali emerge una comunicazione che diffonde infinite, fragili Aure riproducibili, al di là del dualismo delle tecnologie (e delle filosofie) analogiche. Un musical, un romanzo o un pezzo artistico connesso a un social network può restare nella sua "auratica" autonomia espressiva così come può essere disponibile a mutazioni ubique e a riproducibilità decentralizzata. Invece dell'arte collettiva, ci sono artisti connettivi e performer ubiqui.
La comunicazione digitale è irriproducibile, riproducibile e modificabile allo stesso spaziotempo. La cultura digitale incrocia, attraversa, mescola l'estetica auratica, la tecnica riproducibile, l'identità ubiqua. Ovvero: arte, tecnica, individuo.
Quest'aura riproducibile – un'aporia per il pensiero dialettico – esprime manifestazioni liberazioniste, personalità regressive o comportamenti passivi lungo la comunicazione digitale. Questo mix decentralizzato di tecnologie orizzontali e soggettività diasporiche rende qualsiasi prodotto visivo consumabile ovunque e trasformabile da tutti.
La comunicazione digitale è onnipresente e Aura è fragile… Il motivo profondo di questa fragilità sta in questo processo digital-comunicazionale attraverso cui Aura ha perso il sacro e sta diventando riproducibile. Proprio come Gaia…
5.
Recentemente in Europa è nato un movimento ecologista, i cui militanti applicano alcuni comportamenti che causano o aumentano la fragilità dell'aura emessa nelle opere d'arte. In Italia Ultima Generazione o Extinction Rebellion (XR). Se guardiamo alcune performance con una prospettiva diversa relativa al warming globale, ecc., e se ci concentriamo sull'aura e sulla crisi ecologica, è possibile collegare la fragilità della terra (Gaia) alla fragilità dell'aura (Van Gogh).
L'hic et nunc fondamentale nell'osservare la Venere di Botticelli o il Seminatore di Van Gogh va inserito in un processo in cui il senso di quei dipinti e la relativa aura vengono profondamente modificati secondo uno schema ubiquo polimorfo. Questi flussi comunicativi "militanti" coinvolgono e modificano famose opere d'arte: è la loro "natura", per così dire, o meglio le loro identità estetiche. Si pongono paradossalmente nel solco della pop art di Andy Warhol, ampliando, rendono "politica" in una visione eco-catastrofica ma sempre distruggendo il potere dell'aura, o meglio usarlo per i propri fini.
Catturano solo la potenza visibile dell'opera d'arte, non quella estetica.
Attraverso i social (e ormai i giornali sono parte dei social) inseriscono queste opere in un panorama ubiquo dove si dissolve il senso classico della primavera o della semina: ciò che emerge è una conferma della dissoluzione dell'aura, troppo fragile rispetto a l'uso spietato − interminabile e incontrollabile − del digitale. L'ubiquità auratica emerge dissolvendo la componente sacrale dell'opera, per trasformarla in un rap deformato o in una colla con cui incorporare le mani nelle opere d'arte e farle divenire "opere".
La fragilità incarnata dall'aura ubiqua è ora collegata alla fragilità di Gaia, alla fragilità ecologica.
La possibile conclusione appare inquietante: forse vi è una connessione de-sacralizzata tra Gaia e Aura, immanentemente connesse. Forse Gaia è ubiqua, fragile, riproducibile come Aura. Il dramma ecologico è anche dramma estetico. Gaia e Aura sono sorelle separate che vorrebbero di nuovo incontrarsi per ridefinire il senso dell'arte e della terra.
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Note
[1] https://video.repubblica.it/tecnologia/dossier/intelligenza-artificiale/il-rap-di-monna-lisa-e-un-capolavoro-dell-intelligenza-artificiale/467387/468344 (consultazione del 22 maggio 2024).

Divari digitali nella rivoluzione tecnologica: sviluppi e contraddizioni
di Francesco Perrone
8 giugno, 2024
Abstract
Il testo fornisce un'analisi della comunicazione elettronica e del fenomeno del "divario digitale" nella società contemporanea. In particolare ci si sofferma sul fatto che il divario digitale si esprime "a macchia di leopardo", con differenze che si combinano in modo complesso a livello geografico, sociale, tecnico e anagrafico. Alla luce di ciò, espressioni come "analfabetismo digitale" appaiono inappropriate, poiché chiunque può essere "esperto" in alcune aree digitali e "analfabeta" in altre. La comunicazione digitale non comprende solo le attività di produzione e diffusione di contenuti attraverso tecnologie elettroniche, essa è anche e soprattutto uno dei principali business a livello globale, con pochi soggetti che concentrano potere e denaro, con tutto ciò che ne consegue in termini di implicazioni economiche e politiche. Il passaggio alla postmodernità ha comportato un'evoluzione verso una comunicazione "iconico-digitale", caratterizzata da messaggi brevi e stereotipati, con prevalenza di immagini sulle parole. Ciò è sicuramente in relazione con la riduzione dei consumi culturali e con la crisi della funzione formativa di famiglie e scuole. In particolare sono evidenziati gli effetti negativi dell'uso eccessivo del digitale, come l'isolamento sociale, i problemi di salute mentale e i comportamenti compulsivi. La digitalizzazione continuerà ad espandersi in tutti gli ambiti, pubblici e privati, collettivi ed individuali. Così come la competenza digitale, che rimarrà "a macchia di leopardo" e manterrà la propria vocazione produttivistica, con un focus sul profitto economico e politico piuttosto che sul bene sociale. Ciò non di meno non si può demonizzare la tecnologia in sé, poiché il giudizio dipende dall'uso che se ne fa. Piuttosto, la sua evoluzione va accompagnata con iniziative prosociali di acculturazione digitale che, tra l'altro, sarebbero un'ottima occasione di scambio intergenerazionale da cui tutti, giovani e anziani, trarrebbero vantaggio.
Premessa: per una critica ai luoghi comuni
Dire qualcosa di sensato, oggi, sull'innovazione [1] tecnologica, sulla comunicazione elettronica e sul loro sviluppo impetuoso equivale a pretendere di fare previsioni meteorologiche nel pieno di una tempesta insolitamente persistente. E questo non perché si sia agli inizi della rivoluzione digitale (che dura da almeno trenta anni) ma perché la sua evoluzione è sempre più veloce e vorticosa tanto che, come si vedrà più avanti, intere generazioni fanno fatica a starle dietro, dando luogo a variegate forme di un fenomeno che, con qualche approssimazione concettuale, è comunemente definito "divario digitale".
L'espressione "digital divide" nacque in seno all'amministrazione Clinton per indicare la disparità nelle possibilità di accesso ai servizi telematici tra la popolazione americana. In questo senso, il divario digitale sembra riferirsi a disparità delle possibilità d'uso di tipo "lineare": in senso orizzontale (cioè con riferimento alla distanza geografica) e in senso verticale (cioè con riferimento alla distanza sociale). In realtà, oggi il divario digitale non è lineare ma "a macchia di leopardo": sul piano geografico (in ragione della ineguale diffusione infrastrutturale e delle variabilissime competenze digitali dei residenti in un dato territorio); sul piano sociale; sul piano tecnico; sul piano anagrafico; e così via. Pertanto tali differenze si combinano non più o non già in maniera "lineare" ma "a macchia di leopardo" e questo rende arduo semplificare con slogan politici o formule giornalistiche [2] una realtà molto complessa, caratterizzata da difformità e tratti distintivi variamente distribuiti nella contemporaneità.
In conseguenza di quanto sopra segnalato, espressioni spregiative come "analfabetismo digitale" non hanno senso, dal momento che chiunque di noi potrebbe rivelarsi "analfabeta" in una specifica branca o applicazione digitale ma "esperto" in un'altra. Questo vale per la terza e quarta età, per le generazioni intermedie e per giovani o giovanissimi; per le organizzazioni pubbliche e private, grandi e piccole; per utenti più e meno esperti e, persino, per i professionisti di un settore, quello info-telematico, i cui livelli di specializzazione ormai impediscono a chiunque di pervenire ad una totale preparazione su tutto ciò che attenga all'universo digitale. Infatti l'ampiezza dell'offerta digitale e il suo velocissimo sviluppo impongono scelte selettive di ciò che interessa, obbligando a tralasciare il resto. Il risultato più vistoso del fenomeno consiste in una conoscenza e in un uso discontinuo della tecnologia digitale, con competenze adeguate in qualcosa e scarse o pressoché nulle in qualcos'altro.
Nelle organizzazioni pubbliche e private la situazione che si presenta non è molto diversa da quella che si registra nella popolazione generale: spesso le competenze digitali del singolo impiegato sono circoscritte alle attività di routine, anche a causa dei cosiddetti "limiti di abilitazione", al di fuori dei quali non di rado l'operatore non ne sa quasi nulla. Per giunta, quella stessa persona, in questo taylor-fordismo applicato ai servizi aziendali, se operante nelle attività di relazione con il pubblico, si trova spesso nella sgradevole situazione di non poter dare riscontri validi al cittadino-utente, con conseguente forte danno funzionale e sociale.
Proveremo pertanto qui, seppur sinteticamente, a sfatare alcune credenze scorrette sulla questione e, quindi, a ridefinirne alcuni termini, cominciando proprio dalla nozione di comunicazione digitale.
Cosa è oggi la comunicazione digitale?
La questione relativa a cosa sia oggi la comunicazione digitale si offre a molte risposte possibili. Per giunta, se si intendesse pervenire ad una sua definizione scientificamente completa, si dovrebbe contare su articolazioni che, per profondità d'analisi ed estensione argomentativa, non sono consentite in questa sede.
Pertanto, al di là di sottigliezze terminologiche e concettuali, possiamo qui riepilogare l'articolata nozione di comunicazione digitale come l'insieme di tutte le attività di produzione e diffusione di contenuti (testi, immagini, video, audio) attraverso tecnologie elettroniche come PC, tablet, smartphone, apparecchi radiotelevisivi di ultima generazione, internet e reti mobili. Come è noto, i canali e gli strumenti utilizzati più conosciuti sono rappresentati da: applicazioni di messaggistica, per comunicare in tempo reale tra due o più soggetti; siti web e blog, per pubblicare articoli, guide e contenuti informativi; social media, per interagire con il pubblico e creare una o più "community"; e, con particolare riferimento alle attività di tipo aziendale, email marketing per inviare newsletter promozionali o informative; pubblicità online, per raggiungere un target specifico con banner e annunci. Con qualche approssimazione, possiamo quindi sostenere che questo tipo di comunicazione sia l'insieme delle tante attività di trasmissione e ricezione di contenuti trasmessi su canali elettronici (o digitali) e non su canali naturali (o analogici).
Tornando alla domanda che funge da titolo al paragrafo, intanto non andrebbe dimenticato che le tecnologie digitali costituiscono oggi il più importante business su scala globale. Basti considerare che nell'anno 2023, secondo Forbes, cinque tra le dieci persone più ricche al mondo (di cui sette statunitensi) [3] hanno come business prevalente le tecnologie digitali. Alla luce di ciò è evidente come, su scala mondiale, pochissimi soggetti concentrino nelle proprie mani tanto denaro e, soprattutto, tanto potere, con tutto quanto ne consegue in termini di implicazioni economiche e politiche. Si tratta innegabilmente di una circostanza non priva di significato se si vuole definire compiutamente e concretamente il fenomeno. Ciò premesso, la tecnologia digitale è, senza dubbio, uno dei tratti distintivi della postmodernità.
Modernità e postmodernità
La differenza concettuale esistente tra la nozione di modernità e quella di postmodernità consiste nel fatto che la prima è definibile quale cultura sociale basata sull'evidenza empirica e scientifica. Riflesso di tale cultura è dato da una società via via sempre più flessibile, dalla forza dell'innovazione e del diritto positivo (cioè fondato sulla razionalità). Si pensa che la logica sia la strada migliore per la comprensione del reale e che l'aspirazione alle libertà sia giusta e fruttuosa. In tale clima socio-culturale si ripone enorme fiducia nella scienza e nella tecnica, con un atteggiamento generalmente di ottimismo sui destini dell'uomo e della società. La postmodernità è costituita da una cultura sociale che si caratterizza per un fortissimo relativismo ontologico ed esistenziale. Ne deriva il possibile rifiuto di quasi ogni tipo di autorità, compresa quella scientifica. La flessibilità sociale che ha contraddistinto la modernità è adesso totalmente superata da un forte rallentamento della mobilità sociale (verticale) e da una concezione socioculturale definibile come liquida (Bauman, 2007). Tale contesto storico è tendenzialmente contrassegnato da dinamiche e processi sociali rapidi ma poco profondi; da insistite pulsioni di tipo narcisistico; da stili di consumo vistoso (Veblen, 2017); [4] dalla tendenza all'oblio del passato, all'interesse esclusivo per il presente, all'indifferenza verso il futuro; da una pesante incapacità previsionale che grava sia sull'attitudine dei singoli individui a programmare i propri destini di vita, sia sulla competenza di tecnici e governanti a delineare scenari futuri plausibili e sostenibili; dal declino di molti punti di riferimento tradizionali; dal conseguente aumento del tasso d'incertezza; da un atteggiamento di tendenziale incomprensione o indifferenza nei confronti del prossimo (atteggiamento che, non di rado, si spinge fin verso espressioni di diffidenza se non di ostilità). Per quanto attiene al rapporto intrattenuto dalle persone con la scienza, la cultura della postmodernità ha generato in molti l'abitudine ad un uso superficiale e irrazionale della comunicazione digitale che della scienza, paradossalmente, è il risultato tecnico più potente e recente.
Dal punto di vista della comunicazione strettamente intesa, il passaggio dalla modernità alla postmodernità corrisponde anche ad una evoluzione della comunicazione da "tipografica", basata sul messaggio scritto (Benvenuti, 2018), a quella "iconico-digitale", fondata su immagini ferme o in movimento e scritti brevi e stereotipati. Il passaggio attuale è critico perché la vecchia fase è tutt'altro che prossima ad esaurirsi e la nuova fa fatica ad imporsi. Con specifico riferimento alla scrittura, nel corso di questa fase transitoria, convivono diverse modalità di comunicazione, classificabili per caratteristiche distintive. La comunicazione tipografica possiede prevalentemente (e storicamente) le seguenti caratteristiche peculiari: i messaggi scritti supportano ogni dimensione e qualsiasi finalità, dal messaggio breve al componimento poetico, dalla lettera al romanzo, dallo scritto informativo al manuale tecnico, dallo scritto d'intrattenimento alla trattazione scientifica. Tale tipo di comunicazione si rivela adatta in modo particolare (ma non esclusivo) alla descrizione, alla narrazione e alla trattazione; le immagini sono, pressoché sempre, a complemento del messaggio scritto; risulta incredibilmente flessibile, perché efficace sia nell'indicazione di oggetti concreti sia nell'espressione di concetti astratti (come nella trattazione teorica o nel componimento letterario). Viceversa, le peculiarità della comunicazione iconico-digitale sono per lo più le seguenti: i messaggi che la caratterizzano sono brevi e stereotipati; gli scritti verbali sono spessissimo a complemento delle immagini (all'inverso di quanto avvenga nella comunicazione tipografica); risulta particolarmente adatta a certe espressioni emotive e alle rappresentazioni situazionali; è efficacissima nell'indicazione di oggetti concreti e carente nell'espressione di concetti astratti e sentimenti complessi, tanto da dover ricorrere a significazione indiretta e/o metaforica, con l'ausilio di immagini e simboli grafici convenzionali. [5]
Le modalità distintive evidenziate nelle liste precedenti, nella fluidità tipica dei momenti storici transitori, si combinano e si ibridano, nel contesto di un trend in cui la comunicazione iconico-digitale tende ad incrementare la propria presa sulla società mentre, contestualmente, quella tipografica perde via via terreno. Tra le conseguenze di tali processi (soprattutto riferite al fenomeno dell'uso precoce di strumenti digitali da parte di bambini) si possono annoverare le crescenti difficoltà incontrate dai giovanissimi nella produzione scritta e nella lettura, difficoltà di cui l'aumento dei casi diagnosticati di DSA e altri disturbi sono solo un parziale ancorché preoccupante aspetto. E, sebbene le dimensioni di questo incremento siano forse più attribuibili a una maggiore consapevolezza e diagnosi dei DSA che a un aumento reale del numero di alunni con questi disturbi, va anche e comunque segnalata la conferma empirica delle difficoltà di scrittura, lettura e calcolo quotidianamente riscontrate nelle scuole, nelle famiglie e, più avanti, nel lavoro. [6]
Modelli sociali (e psico-sociali) di riferimento: modificazioni genetiche della società italiana e linee di tendenza
La società postmoderna in Italia (ma non solo in Italia) evidenzia, tra le altre, le seguenti modificazioni: la società intesa come collettività, sede di interazioni tendenzialmente solidali, si modifica nel senso di una comunità percepita come mercato, sede di scambi e consumi; in conseguenza di ciò, si assiste alla trasformazione del cittadino-lavoratore in cittadino-consumatore e al declino dei corpi intermedi di rappresentanza politico-sociale. Ulteriori risvolti di tale trasformazione complessiva sono rappresentati dalla disintermediazione comunicativa (teoricamente ognuno di noi può rivolgersi ad un pubblico senza intermediazione, adoperando uno o più canali digitali) e, da ultimo, dall'ipervalutazione valoriale della gioventù nonché di alcuni suoi simboli paradigmatici come il dinamismo, la velocità, la spregiudicatezza e persino, talvolta, la violenza. Un contraltare di questa fenomenologia è costituito dalla contestuale svalutazione della terza età operata dalla cultura postmoderna, spesso indifferente o insofferente nei confronti di chi, a torto o ragione, è percepito come fardello improduttivo e ingombrante. Va da sé che, sul piano individuale, si assiste dunque ad una ricomposizione delle relazioni intersoggettive, nel senso di un'atomizzazione dei rapporti tra persone, con rischi, anche gravi, di solitudine e disorientamento.
L'esame delle linee di tendenza su larga scala sembra predire, per il prossimo futuro, un costante rafforzamento dell'abitudine attuale, da parte dell'utente medio, a gestire tecnologia di largo consumo. Verosimilmente, ci si concentrerà sempre più su servizi accessori digitalizzati di uso quotidiano (rubrica dei contatti personali; calendario e agenda; cronografo – sveglia – timer e altre applicazioni digitali di vario tipo), su messaggistica, posta elettronica, social media e su canali di informazione (sia tradizionali sia estranei al circuito mediale classico). Continuerà ad espandersi la fruizione di prodotti di intrattenimento audio-video e si diffonderà, con ritmi persino maggiori, l'uso di video autoprodotti o addirittura, mediante il ricorso all'Intelligenza Artificiale, ricostruiti interamente su testi scritti e spezzoni di altri video. Peraltro, con riferimento a questo e ad altri impieghi "di massa" (non professionali) dell'Intelligenza Artificiale, si tratta di fenomeni che, sebbene posti in embrione già diversi anni fa, sono ora in fase di poderoso sviluppo, cosa che non permette, al momento, di delineare in modo univoco chiare linee di tendenza, su cui basare previsioni attendibili. L'insieme dei trend sopra considerati continuerà ad avere un risvolto di ridotti consumi culturali tradizionali (scienza; tecnica; arte), sebbene non sia escluso il permanere di un certo interesse verso programmi radio-televisivi e web di divulgazione tecnica e scientifica. Tale circostanza si rivelerà tuttavia insufficiente a compensare la persistente crisi della funzione formativa di famiglie e scuola, crisi a sua volta collegata al calo costante delle conoscenze culturali e delle competenze matematico-scientifiche dei giovani italiani.
Per quanto attiene agli usi professionali delle tecnologie digitali, è ragionevole prevedere un incremento delle attività in cloud computing, con una correlativa progressiva trasformazione degli apparati fisici in terminali di rete. Anche il potenziamento dei data base a tutti i livelli di uso e l'affinamento di vari strumenti come fogli elettronici, diapositive, programmi grafici, software di progettazione ed altro migrerà via via su cloud e procederà di pari passo con lo sviluppo delle soluzioni offerte dalla blockchain, con il potenziamento degli apparati di difesa informatica nonché con lo sviluppo dei sistemi di Intelligenza Artificiale, destinata ad integrarsi sempre più con motori di ricerca, siti web, attività didattico-formative, piattaforme sanitarie, professionali e aziendali, impianti di robotica e di automazione. È inoltre ragionevole prevedere ulteriori forti impulsi che le tecnologie digitali continueranno a dare al mondo della finanza, soprattutto sul fronte delle transazioni in denaro, della monetica, degli investimenti, dello sviluppo delle monete digitali e/o virtuali e dei metodi automatizzati per l'istruttoria delle pratiche di finanziamento. Naturalmente molti cambiamenti del genere investiranno anche l'utenza retail, estranea alle realtà professionali ed organizzative in genere (si considerino, ad esempio, l'uso dei servizi digitali al pubblico di terziario avanzato e, più semplicemente, le applicazioni digitali alla domotica o il funzionamento automatizzato di elettrodomestici e utility casalinghe).
Sul piano culturale generale, si manifesteranno trasformazioni di atteggiamenti e di mentalità che matureranno parallelamente ai mutamenti di natura tecnica. Ad esempio, si proporranno, con sempre maggior enfasi, esigenze di sicurezza infotelematica, relative sia alla difesa dei dati contro attacchi hacker sia alla protezione della riservatezza (privacy) degli utenti. È evidente che ciò accentuerà il clima culturale di "pace armata" già oggi riscontrabile nel difficile equilibrio planetario tra attacker e defender attivi nel web. Alla crescente offerta di assistenza sanitaria digitale e all'evoluzione delle tecnologie diagnostiche e chirurgiche si accompagnerà un aumento di soluzioni e piattaforme di telemedicina, di monitoraggio remoto dei pazienti e di gestione dei dati sanitari. Ciò comporterà, da parte degli utenti ma anche degli operatori, un forte mutamento nella percezione dei servizi medici, tradizionalmente interpretati come quanto di più fisico ci possa essere. È anche chiaro che la vorticosa crescita del machine learning e dell'Intelligenza Artificiale impone ad operatori ed utenti nonché, su scala più ampia, ad establishment e cittadini, una sfida complessiva i cui esiti, per ora piuttosto indeterminati, cominceranno tuttavia a vedersi nel prossimo futuro.
In questo quadro, la digitalizzazione continuerà dunque ad espandersi, investendo sempre più le diverse attività umane, dalla domotica alla robotica, dai servizi pubblici al commercio, dall'istruzione all'intrattenimento, dalla sicurezza alla mobilità pubblica e privata, dal terziario avanzato a banking e finanza, ecc. Inoltre, anche se la competenza digitale continuerà mantenere una diffusione "a macchia di leopardo", sia sul piano anagrafico sia sul piano sociale, è possibile prevedere la persistenza dei noti stereotipi di senso comune su giovani molto avanti e anziani molto indietro nella padronanza degli strumenti elettronici. Così come, soprattutto nei social network, è dato attendersi la durevole viralità di disvalori quali l'individualismo esasperato, il narcisismo, il conseguente culto della bellezza corporea, l'esaltazione del denaro, l'esibizione del potere, il pregiudizio verso chi è percepito come diverso, il cinismo verso il più fragile e la sopravvalutazione di emblemi del presente, come la velocità, [7] la spettacolarizzazione degli eventi, l'aggressività, talora spinta fin verso sentimenti di odio vero e proprio.
È tutta colpa della tecnologia? Certamente no. Limitarsi a demonizzare la tecnologia non sarebbe razionale poiché equivarrebbe a concentrarsi sul bisturi senza considerare se ad usarlo sia un chirurgo o un serial killer. Qualsiasi strumento tecnico non è né buono né cattivo: tutto dipende dall'uso che se ne fa. E la comunicazione digitale non sfugge alla regola: ogni nuova tecnologia si rende disponibile a molteplici possibili usi, la cui normazione spetta alle varie istituzioni che legiferano e vigilano sul macrosistema in cui una data tecnologia opera. Purtroppo, gli esempi storici di cui disponiamo non preludono tuttavia a previsioni ottimistiche sull'argomento: dalle rivoluzioni industriali di sette-ottocento, al taylor-fordismo del secolo scorso, alle tecnologie più moderne, abbiamo assistito pressoché sempre ad una declinazione produttivistica delle innovazioni, totalmente orientata al profitto ed insensibile alle istanze sociali. Ancora di recente, in occasione della trascorsa pandemia Covid, la formidabile accelerazione di ricerca, sperimentazione e produzione vaccinale ha generato, oltre ai noti e meritori effetti medici, un gigantesco surplus di profitto a vantaggio dei colossi farmaceutici, che ha pesato sui conti dei sistemi sanitari pubblici di mezzo mondo. [8] E, riportandoci all'innovazione più specificamente digitale della comunicazione, le ottimistiche previsioni di esperti e analisti di fine anni '90 del Novecento, che vaticinavano una liberazione in senso democratico e ugualitario dell'universo della comunicazione ad opera di Internet, ebbene tali previsioni si sono rivelate sostanzialmente sbagliate, dal momento che da allora, in un paio di decenni, quel mondo si è spaccato (almeno) in due: da una parte si sono messi in evidenza imprenditori vecchi e nuovi che si sono arricchiti impadronendosi del web, trasformato in un immenso bazar; dall'altra, centinaia di milioni di individui hanno messo in mostra, chi più chi meno, tendenze individuali tipiche della postmodernità riassumibili nella spinta a "rendere pubblico il proprio privato" (anche nelle sue espressioni più inconfessabili e scabrose), fenomeno che manifesta preoccupanti criticità. [9] Tutto ciò, naturalmente, non deve impedire di considerare ed apprezzare l'impatto positivo che, nonostante tutto, l'innovazione digitale ha prodotto in tanti campi. Il punto è che, semplicemente, una cosa non esclude l'altra.
Modelli sociali (e psico-sociali) di riferimento: alcuni effetti disfunzionali sulle persone
Finora l'uso personale della tecnologia digitale ha favorito la dimensione individuale, mettendo in secondo piano la condivisione sociale. Ciò ha dato luogo a fenomeni totalmente o parzialmente inediti, come quelli relativi alla produzione e diffusione di audio-video self made sugli argomenti più diversi: produzione finalizzata alla conquista pura e semplice di un gratificante numero di like, unitamente all'eventuale speranza di guadagni economici di vario tipo. Questo proliferare di speech, performance e tutorial potrebbe dare l'impressione di un'attività di tipo sociale, seppure sui generis. Ma si tratterebbe di un'impressione erronea, dal momento che qui il rapporto esistente tra l'autore e il suo pubblico [10] è del tutto strumentale (rispetto allo scopo) e spersonalizzato (con riguardo alla modalità prevalentemente broadcast di tali micro-produzioni). In casi del genere è corretto parlare di fenomeni "collettivi" ma non "sociali", dato che alla loro dimensione certamente plurale non si accompagnano atteggiamenti e comportamenti di reale condivisione e partecipazione, ingredienti indispensabili ad una corretta definizione di "sociale".
Sul piano della fruizione, sono noti i fenomeni riferiti ai problemi emotivi di utenti auto-sottoposti a dieta digitale eccessiva; o quelli relativi ad un generalizzato indebolimento della socialità e della motivazione a interagire collettivamente in modo tradizionale, cioè in forma diretta e non mediata dallo strumento elettronico. Sono inoltre confermati la pericolosità prodotta dall'isolamento fisico sull'umore di chi trascorra ore davanti al computer o allo smartphone, specialmente nelle fasce d'età scolare fin verso la tarda adolescenza [11] (Ammaniti, 2018; Haidt, 2024), nonché l'aumento di sindromi ossessivo-compulsive e di fenomeni di credulità, in special modo con riferimento a teorie complottiste e fake news di vario tipo (Pennycook, G., Cannon, T. D., & Rand, D. G. 2018). Il crescente tasso di compulsività (pubblicazione irriflessiva di tweet e post; shopping compulsivo; diffamazioni e calunnie; porn revenge; incitazioni alla violenza; aggressioni; ecc.) sembra inoltre essere correlato alla suggestione, imitativa o emulativa, generata dai videogiochi o da post veicolati sui social media: tutto ciò, diffuso e moltiplicato in forma "virale", amplifica l'eventuale danno sociale [12]. Basti ricordare che il 45% della popolazione europea soffre di almeno un disturbo mentale nel corso della vita (OMS, 2022) e che circa un adulto su cinque soffre negli Stati Uniti di una malattia mentale ogni anno (National Institute of Mental Health – NIMH). In particolare, disadattamento psicologico, disprezzo di sé, disturbi della condotta, abuso di sostanze, disturbi affettivi e altri disturbi psichiatrici invalidanti emergono in circa il 20% della popolazione adolescente [13].
Passato, presente e futuro digitale nelle organizzazioni pubbliche e private: caratteristiche e criticità
Nel dibattito intorno alle teorie aziendali si è da tempo affermato lo schema, conosciuto come "Modello Ortodosso di Controllo" (Neimark, Tinker, 1986) [14] che interpreta la prestazione organizzativa (performance) quale risultante di forze ambientali (environment) e forze gestionali (control system). Questo modello, qui menzionato perché semplice e intuitivo, sostanzialmente segnala che il risultato di una qualsiasi organizzazione (non importa se orientata al profitto o ad uno scopo sociale, non importa se di proprietà pubblica o privata) è frutto della combinazione di due ordini di fattori: 1) l'ambiente, cioè lo scenario (sociale o "di mercato"), composto da elementi esterni e non modificabili dall'organizzazione; 2) il sistema di controllo, cioè l'organizzazione stessa, composta da fattori modificabili dall'interno e adattabili all'ambiente esterno. In questa ottica, l'efficienza organizzativa è quindi data dalla capacità, posseduta dall'organizzazione, di modulare i propri fattori interni in modo da proteggersi da congiunture negative (la cui natura non è controllabile dall'interno) o anche in modo da sfruttare eventuali frangenti favorevoli, adattandovisi efficacemente.
Sotto il profilo tecnologico, il rapporto esistente tra l'organizzazione e l'ambiente esterno si è articolato nel tempo in un'ottica di circolarità e reciprocità: in alcune fasi storiche, il mondo della scienza e della tecnica, le decisioni politiche, le congiunture economiche, sociali e sanitarie hanno fatto da rampa di lancio ad innovazioni tecniche che hanno poi trovato positiva applicazione in ambiti aziendali; in altri momenti, le innovazioni tecniche organizzative hanno contaminato l'ambiente esterno, ristrutturando i rapporti sociali, ridisegnando il paesaggio rurale e cittadino, incoraggiando, incentivando e stimolando un clima generale di studi, ricerche e sperimentazioni. Insomma, i due ambiti – esterno ed interno – si sono inseguiti l'un l'altro, spesso (anche se non sempre) mettendo in moto un circolo virtuoso di cui hanno beneficiato entrambi. Oggi tale dinamica si è estinta. Il sistema interno non riesce più a rincorrere i mutamenti tecnici esterni, non riesce a tenerne il passo. Questo perché l'evoluzione tecnologica generale corre molto più velocemente della capacità aziendali di adattarvisi! In realtà, tale scarto tra velocità differenti si registra anche nel rapporto esistente tra l'innovazione tecnologica e la collettività dei cittadini ma questi ultimi, nella grande maggioranza, si mostrano più legati ad un consumo digitale di massa più superficiale e meno sensibile alle continue innovazioni (ovviamente con l'eccezione di una minoranza di leading consumer, viceversa propensi all'uso di prodotti di avanguardia). Le criticità ravvisabili in un quadro così complesso sono note e vanno dalle piccole promesse non ancora realmente mantenute (come quella, ormai vecchia di circa quarant'anni, per cui la tecnologia digitale avrebbe abolito o radicalmente diminuito il consumo di carta) alle grandi sfide relative alla protezione dei dati sensibili, alla tutela della riservatezza, al rafforzamento della sicurezza contro la possibilità di abusi o frodi. Con una tecnologia in perenne sviluppo, tali sfide non sono mai vinte in via definitiva e vanno accettate e vissute costantemente.
In una prospettiva più strettamente aziendale, al netto della sospensione di giudizio relativa alle eventuali incognite indotte dal futuro impiego dell'Intelligenza Artificiale, permangono diversi problemi che si ripercuotono sull'efficienza procedurale. Ne è un esempio l'estrema rigidità di algoritmi e di "sistemi esperti" [15], ciechi sulla circostanza particolare in quanto del tutto automatizzati e non modificabili dall'intervento di un operatore (nemmeno nel caso di eccezione procedurale o errore evidente). Altro esempio, peraltro fortemente collegato al precedente, è costituito dal cosiddetto taylorismo dei servizi, che tra l'altro prevede l'applicazione pervasiva di protocolli standard, dinanzi ai quali l'operatore, quando le situazioni escano dalla routine, si scopre disarmato. Un ulteriore esempio di criticità, riscontrabile soprattutto nei sistemi aziendali di Customer Relationship Management (CRM), risiede nella tendenza a scaricare sull'utente l'onere economico, temporale e nervoso della gestione delle operazioni che lo riguardano, senza che, il più delle volte, egli abbia le conoscenze necessarie a svolgere determinati compiti, con forte aggravio di tempi e costi a suo carico.
Il punto di vista della terza età: previsioni e suggerimenti
Secondo le più importanti istituzioni mondiali, l'Italia è stabilmente tra i dieci paesi con la popolazione più longeva, con un'aspettativa di vita superiore agli 84 anni. E se si escludono micro-stati come Monaco, Hong Kong, Macao, Liechtenstein e Singapore, l'Italia si colloca in questa classifica tra i primi cinque grandi paesi. [16] Tuttavia il contraltare demografico di questa situazione è costituito dal fatto che, da noi, gli ultrasessantacinquenni rappresentino più del 24% della popolazione totale. Tanto per fare un raffronto, si consideri che la stessa fascia di popolazione complessivamente ammontava nel 2022, in Europa, al 21% [17] e, negli U.S.A. al 17,4%. [18] In altre parole, la nostra popolazione vive più a lungo ma invecchia sempre di più e più che altrove. Tutto questo suggerisce, a conclusione del presente lavoro, di riepilogare quanto riportato nelle righe precedenti, considerandolo dal punto di vista della quota di popolazione che rappresenta un italiano su quattro.
Si è visto come l'ampiezza dell'offerta digitale e il suo velocissimo sviluppo impongano a vari soggetti individuali e collettivi di operare una scelta selettiva di ciò che, a torto o a ragione, sia ritenuto utile e interessante. Con l'inevitabile conseguenza di una conoscenza parziale e di un uso discontinuo degli strumenti elettronici, con competenze più che adeguate in qualcosa e insufficienti o nulle in qualcos'altro. Abbiamo quindi constatato come la diffusione e l'uso di media e altri strumenti digitali si manifesti "a macchia di leopardo". Tale circostanza vale sia per le organizzazioni, per motivi legati alla divisione dei compiti lavorativi, sia per le persone, senza differenze significative di tipo sociale, culturale o anagrafico, se non nel merito di necessità e preferenze individuali che non smentiscono la natura discontinua del fenomeno e anzi, semmai, la confermano.
Nello specifico della terza e quarta età, la questione si propone certamente nei termini di una propria peculiarità che però non va confusa, in nessun modo, con la nozione spregiativa e soprattutto non veritiera di un presunto strutturale analfabetismo digitale tipico dell'anziano. Con l'avanzare dell'età, alcune eventuali difficoltà derivano, casomai, da problematiche generali, ascrivibili non tanto ad una deficitaria competenza digitale del singolo, quanto alla fisiologica evoluzione delle sue dotazioni fisiche e cognitive. Nella percezione sensoriale di contenuti digitali audiovisivi, nell'uso di tastiere fisiche e digitali oggettivamente controindicate sotto il profilo ergonomico, nella ritenzione mnemonica [19] e in altro ancora, indubbiamente l'anziano può incontrare vari ostacoli, così come accade in altre sue attività quotidiane. Ed è da questa sottolineatura che prendono corpo le brevi note conclusive che seguono.
A sostegno della migliore diffusione della cultura digitale presso terza e quarta età (e oltre), si dovrebbe immaginare un mix di iniziative prosociali, prendendo anzitutto spunto dall'approccio culturale proposto da varie aziende che, ormai su scala internazionale, hanno varato i cosiddetti "Age Diversity Centre": centri di aggregazione finalizzati alla promozione della cooperazione e dell'interscambio tra le diverse generazioni presenti in uno stesso contesto. [20] L'elemento qualificante dell'idea di fondo consiste in una logica basata non sull'assistenza pura e semplice dell'un soggetto (il giovane) all'altro (l'anziano), bensì su un'idea fondata su scambio e reciprocità tra generazioni diverse, nel cui corso ciascuno dà e riceve in ragione di quanto è in grado di dare e di ciò che è desideroso di ricevere. Nel nostro caso, per fare un solo esempio, lo scambio potrebbe avvenire tra chi fosse capace di integrare la conoscenza digitale altrui in cambio di un recupero di memoria storica (anche mediante la raccolta e la conservazione di vecchi materiali scritti ed audiovideo da digitalizzare), realizzando una cooperazione intergenerazionale di tipo sostanzialmente simmetrico, cioè paritetico.
Più in generale si potrebbe pensare a Centri Assistenza Digitale (CAD), [21] utili ad orientare, assistere e supportare l'utente anziano (e meno anziano) nella corretta conduzione delle proprie attività digitali e, in particolare, nei non facili rapporti relativi alle pratiche da disbrigarsi "in remoto" con la Pubblica Amministrazione. Alcuni enti locali e soggetti privati sono già impegnati in questa direzione, tuttavia la strada da percorrere è ancora molta e, soprattutto, sarebbe utile una specifica e più complessiva strutturazione programmatica in tal senso.
Bibliografia
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Veblen, T. (2017). La teoria della classe agiata. Torino: Einaudi.
Note
[1] Per innovazione si deve intendere soltanto ciò che si impone, in un dato mercato o contesto non mercantile, come nuovo paradigma, in grado di distinguerne (differenziarne) nettamente il promotore rispetto ad altri attori o concorrenti. Diversamente, si ha a che fare con concetti come novità, sviluppo, restyling, ecc. che semplicemente implicano la realizzazione di versioni successive del prodotto-servizio nel senso di un suo aggiornamento, adeguamento, miglioramento, potenziamento, perfezionamento o abbellimento, ma senza che ciò comporti un reale e radicale "cambio di paradigma" (Perrone, 2016). Non è detto che una particolare innovazione riscuota automaticamente successo. È anzi ragionevole immaginare che, nella maggior parte dei casi, per i motivi più diversi, le innovazioni non incontrino il favore del pubblico di riferimento. A tale proposito può essere citato un caso risalente a metà degli anni '80 del XX secolo: "Eva", un rivoluzionario servizio di home banking che la Banca Nazionale del Lavoro, il maggiore istituto di credito nell'Italia di allora, offrì alla propria clientela retail: un servizio espressione di reale innovazione tecnologica che però non ebbe successo (Perrone, 2018). In caso di affermazione, è tuttavia molto probabile che una data innovazione si proponga come nuovo standard di riferimento, nuovo (sebbene non unico) modello cui uniformarsi o adattarsi.
[2] Semplificazioni purtroppo sempre più frequenti anche in ambienti tecnici, scientifici ed accademici.
[3] https://forbes.it/classifiche-forbes/forbes-lists/le-100-persone-piu-ricche-al-mondo-del-2023/ (consultazione del 25 aprile 2024).
[4] La moderna nozione di consumismo è di matrice sociologica e risale a Thorstein Veblen, che l'ha concettualizza nel 1899, pubblicando la Teoria della classe agiata (peraltro il 1899 è lo stesso anno di pubblicazione di un altro monumento della cultura contemporanea, fondativo della psicanalisi: L'interpretazione dei sogni di Freud). Veblen propone una lettura attualissima del consumo di massa, il quale si basa sullo spostamento dell'obiettivo ultimo perseguito dal cliente finale, allorquando non acquista più (solo) allo scopo di consumare ma anche (e soprattutto) al fine di ostentare la propria capacità di spesa, la propria forza reddituale e, con esse, la propria supremazia sociale (Perrone, 2024).
[5] Come gli "emoticon" o gli "emoji".
[6] Si veda, sui DSA, le statistiche riportate dall'Associazione Italiana Dislessia. In particolare: www.aiditalia.org/news/studenti-con-dsa-in-italia-i-dati-mi-per-gli-aass-20192020-20202021.
[7] Sulla base del paradigma della velocità come valore in sé, si propone l'idea degli anziani «da rottamare» perché incapaci di assecondare i ritmi della contemporaneità (imposti anche) dalle tecnologie digitali.
[8] Peraltro senza che gli stati riuscissero a recuperare per via fiscale almeno una parte delle immense risorse precedentemente impiegate.
[9] Si può affermare che, tra gli anni '60 – '70 del Novecento e quelli recenti, si sia registrato un vero e proprio ribaltamento nel rapporto intercorrente tra la sfera pubblica e quella privata: dall'iniziale tendenza ad interiorizzare grandi tematiche e sfide sociali si è passati all'attuale tendenza, diametralmente opposta, a rendere pubbliche dinamiche proprie della sfera privata, ostentando in particolare le più superficiali e conflittuali (Perrone, 2012).
[10] Con tutte le dovute eccezioni, che però non fanno testo in un fenomeno che conta centinaia di milioni di attori.
[11] "È ormai chiaro come l'esposizione prolungata a programmi televisivi e/o a videogiochi violenti abbia sul fanciullo e sull'adolescente effetti talmente deleteri da condizionarne pesantemente la futura vita da adulto" (Perrone 2024).
[12] In psicologia cognitiva, si parla di "effetto ironico" quando la reazione di una persona a un dato stimolo si rivela opposta alle attese. Un uso sbagliato di social media, strumenti di messaggistica e mezzi di comunicazione in audiovideo potrebbe dar luogo all'effetto ironico (ma tutt'altro che spiritoso) di ottenere risultati contrari all'obiettivo di socialità implicito nella denominazione di "media sociali". In altri termini, un uso eccessivo o distorto dei mezzi di comunicazione interpersonale, se sistematicamente svolto in alternativa alla comunicazione diretta, rischia nel tempo di inibire le altre modalità di comunicazione, con l'effetto di danneggiare la funzionalità dell'interazione tra persone.
[13] Studi longitudinali confermano il contributo della violenza nei media, compresi i videogiochi, nei bambini delle scuole medie con l'espressione di aggressività in quegli adolescenti. Una revisione della letteratura sugli effetti dei videogiochi violenti su bambini e adolescenti ha rivelato che il gioco violento dei videogiochi è correlato ad eccitazione fisiologica e comportamenti aggressivi (Sadock, Sadock, Ruiz, 2015).
[14] In realtà gli autori esaminano l'eredità teorica dell'economia classica allo scopo di offrire un approccio alternativo, che affronta le molte carenze riscontrate nella letteratura preesistente, valorizzando le origini e le conseguenze sociali dei sistemi di controllo aziendale.
[15] Il "sistema esperto" è un programma informatico che usa conoscenze e deduzioni per risolvere problemi complessi i quali, per la loro soluzione, richiedono un'esperienza umana talmente larga da rendere teoricamente impossibile che ci sia un operatore umano in grado di possederla in misura sufficiente. È tuttavia possibile che, in un futuro prossimo, tali rigidità possano ridursi grazie all'Intelligenza Artificiale generativa.
[16] https://worldpopulationreview.com/country-rankings/life-expectancy-by-country (consultazione dell'8 maggio 2024).
[17] https://ec.europa.eu/eurostat/web/interactive-publications/demography-2023#ageing-population (consultazione del 9 maggio 2024).
[18] https://data.census.gov/table/ACSST1Y2022.S0101?q=age (consultazione del 9 maggio 2024).
[19] Un utile strumento per aiutare l'utente nella conservazione in sicurezza di login, PIN e password è rappresentato da specifiche applicazioni scaricabili gratuitamente su smartphone.
[20] Contesto che, traslato dall'ambito aziendale a quello sociale, può benissimo trasformarsi in territoriale.
[21] Sulla scorta dell'esempio offerto dai Centri Assistenza Fiscale (CAF), ormai ampiamente diffusi sul territorio nazionale