Pagina dedicata agli studenti IUL

Questa pagina contiene materiali che, pur visibili a tutti, sono rivolti agli studenti IUL del Corso di Laurea Triennale in Comunicazione innovativa, multimediale e digitale, relativamente all'insegnamento di Psicologia sociale della comunicazione interculturale (programma dell'Anno Accademico: 2025-2026). Con specifico riferimento alla "E-tivity 3", tali materiali sono offerti agli studenti in alternativa al volume Bimbi moderni e postmoderni in TV, ed. Psiconline.

Su questa base, gli studenti realizzeranno una presentazione in formato PowerPoint (di max sei diapositive in tutto) riepilogativa di ciascuno dei tre articoli qui di seguito presentati:

  1. Sociologia della crisi o crisi della sociologia? (di Francesco Perrone e Mariana D'Ovidio)
  2. L'ininterrotto presente: genitori e figli sospesi tra reale e virtuale (di Francesco Perrone e Germana Ginevra Perrone)
  3. Divari digitali nella rivoluzione tecnologica: sviluppi e contraddizioni (di Francesco Perrone)

I tre articoli (già presenti nel sito della Rivista di Scienze Sociali, ma variamente dislocati al suo interno) sono stati scelti e qui raggruppati in quanto tematizzati su argomenti molto vicini a quelli che sono al centro del volume,

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Sociologia della crisi o crisi della sociologia?

di Francesco Perrone e Mariana D'Ovidio

Abstract

La difficile congiuntura economica è un importante banco di prova per le scienze sociali che infatti ne sembrano colpite piuttosto duramente, almeno per quanto attiene alla capacità di costruire efficaci modelli previsionali. Tale difficoltà pare distribuirsi ai differenti paradigmi in misura ineguale e, in questo, la sociologia mostra maggiori problematicità. La scienza politica appare più agile ed attrezzata, più capace di stare dietro al mutamento dei climi socioculturali, di analizzare le fluttuazioni del consenso, di prevenire o assecondare i diversi orientamenti di natura civile. Ma è l'approccio disciplinare economico a marcare, su tutti gli altri, un vantaggio evidente nell'intercettare l'attualità e interpretarla. Da molti anni studiosi ed analisti raramente si inoltrano in previsioni che vadano oltre i dodici – diciotto mesi e, sebbene ciò comporti un'alta probabilità di errore sia di tipo analitico, sia di tipo operativo, sia di tipo previsionale, di fatto non sembra esserci spazio per visioni di più lunga prospettiva. Certamente i trend di tipo sociale hanno bisogno di tempi medi o medio-lunghi per essere studiati efficacemente e l'escalation della recente crisi non ha concesso intervalli adeguati alle metriche di ricerca proprie della sociologia. Ciò ha indotto alcuni sociologi, soprattutto italiani, a seguire derive che li hanno ancor di più allontanati da una corretta comprensione degli effettivi mutamenti in corso. Altri, come Bottomore e Wieviorka, si sono interrogati su questo e, di conseguenza, sul ruolo che la disciplina sociologica abbia nell'analisi della turbolenza economica, dell'instabilità sociale, della crisi.

Crisi economica e scienze sociali

La crisi economica, tuttora in corso, è da anni oggetto di discussione. Essa ha drammaticamente dimostrato l'esattezza dell'osservazione di Joseph E. Stiglitz, secondo cui, abbiamo vissuto e viviamo «in un processo di globalizzazione […], ma senza le istituzioni globali in grado di affrontarne le conseguenze. Possediamo un sistema di governance globale, ma siamo privi di un governo globale» (Stiglitz, 2001, 5).

In simili condizioni oggettive, era lecito ritenere che una crisi economica, lunga e di vaste proporzioni, fosse pressoché inevitabile. Ciò non di meno, negli Stati Uniti e «in tutta l'UE le autorità di regolazione e vigilanza, i ministri delle finanze, i dirigenti delle banche nazionali e altri organismi incaricati di sorvegliare il sistema bancario e agire tempestivamente in caso di difficoltà, si sono dimostrati clamorosamente al di sotto dei loro compiti istituzionali. Non hanno previsto la crisi, né hanno preso le misure adeguate per contrastarla nel momento in cui è giunta» (Gallino, 2013, 45).

Per di più la crisi innesca apertamente drammatiche conseguenze sociali, in grado di condizionare o di influenzare culture, mentalità, comportamenti. Il dibattito pubblico se ne occupa quotidianamente, certo invocando più efficaci azioni di governo ma anche sollecitando l'opinione politica e l'intervento dei media, talvolta richiedendo il contributo di studiosi di varia estrazione disciplinare: economisti, giuristi, sociologi, psicologi, filosofi. E, dal momento che ciascun approccio si avvale di una propria originale lettura della crisi e di una sua propria interpretazione, le dispute si susseguono, da un lato mostrandosi ricche di suggestioni, dall'altro accumulando una messe tale di punti di vista da ingenerare sconcerto e, non di rado, confusione. Peraltro, su un piano diverso, la crisi è a disposizione della scienza sociale quale importante banco di prova e si impone come cartina di tornasole in grado di sottoporre a verifica l'attitudine degli scienziati sociali a capire la contemporaneità dentro ed oltre la congiuntura.

Per quanto attiene alla capacità di costruire efficaci modelli previsionali, tutte le scienze economico-sociali sembrano colpite piuttosto duramente dalla crisi. Il calo di attendibilità della loro propria portata "predittiva" è avvertibile in campo macroeconomico come in quello delle scienze politiche o della sociologia. Si tratta di un vulnus di non poco conto, dal momento che uno dei principali obiettivi di qualsiasi scienza consiste appunto nel delineare possibili scenari futuri o alternativi. Viceversa, per ciò che concerne (almeno) la capacità "descrittiva" ed "interpretativa" applicata alla attualità, tale insicurezza appare distribuirsi ai differenti paradigmi in misura ineguale e, in questo, la sociologia mostra maggiori problematicità.

D'altra parte, che il parziale sbandamento della sociologia fosse già avvertibile negli ultimi decenni del secolo scorso è chiaro da tempo.

La diversità delle concezioni sociologiche nel tardo Novecento riflette, in qualche modo, la diversità e frammentazione, la mancanza di una chiara direzione nella vita sociale e culturale. Una tale condizione del pensiero sociologico incide anche sulla ricerca; sempre più si mettono in questione la scelta dei problemi, l'adeguatezza di approcci e metodi, il patrocinio e il finanziamento della ricerca e gli usi dei suoi risultati. Il pensiero e la ricerca sociologici, che sono nel contempo una parte della cultura e una riflessione su di essa, non possono da soli portare l'ordine nel caos. Il loro contributo può consistere in una più chiara formulazione dei problemi, nella valutazione critica delle forme esistenti di vita sociale e nelle escursioni dell'immaginazione nel campo dei futuri possibili (Bottomore, 2014).

Quanto all'attualità, è difficile dire quale sarà la piega che l'analisi sociologica sarà costretta a prendere in una situazione storica la quale, già ben prima della crisi iniziatasi nel 2007-2008, mostrava ritmi evolutivi sempre più incalzanti, difficilmente conciliabili con i tempi propri dell'analisi e della riflessione sociologica. Sotto questo profilo, la scienza politica appare più agile ed attrezzata, più capace se non di prefigurare almeno di in-seguire il mutamento dei climi sociali e culturali, di analizzare le fluttuazioni del consenso, di prevenire o assecondare i nuovi diversi orientamenti di natura civile. [1] Ma è l'approccio disciplinare economico a marcare, su tutti gli altri, un vantaggio evidente nell'intercettare l'attualità e interpretarla. Per di più il paradigma economico ha imposto negli ultimi decenni le proprie logiche, il proprio linguaggio, i propri tempi.

Asincronia di sociologia e società

La contemporaneità attuale (ogni epoca ne ha avuta una) impone ritmi serrati, che rendono impegnativa la delineazione di quasi ogni futuro possibile. D'altra parte, il laconico ammonimento di Keynes, in base al quale nel lungo periodo saremo tutti morti, ha indotto anche gli economisti ad abbandonare simili prospettive temporali e a rinunciare all'abbozzo di scenari futuri troppo remoti: ormai da molti anni studiosi ed analisti, spinti da prassi originariamente peculiari del capitalismo anglosassone e della finanza, raramente si inoltrano in previsioni che vadano oltre i dodici – diciotto mesi. Allo stesso modo funzionano le logiche di marketing, di gestione aziendale, di governo: i risultati commerciali debbono maturare in poche settimane; i report destinati ai consigli d'amministrazione e agli azionisti hanno cadenza mensile o trimestrale; il consenso politico è sondato giornalmente e verificato con elezioni che in uno stesso paese, ai diversi livelli di rappresentanza, si susseguono mediamente ogni diciotto mesi. Non c'è spazio per visioni richiedenti maggior dimensione temporale. Naturalmente lavorare a ritmi simili comporta un'alta probabilità di errore sia di tipo analitico, sia di tipo operativo, sia di tipo previsionale. Ma i diversi pubblici hanno da tempo accettato l'eventualità di successive precisazioni, correzioni, smentite e le scansioni degli eventi futuri, con il proprio potere di fagocitare tutto, faranno il resto.

Ciò porta ad almeno due evidenze abbastanza incontestabili:

  • nell'assillante ciclicità postmoderna si assiste alla già accennata generalizzata rinuncia, da parte degli establishment e delle élite scientifiche, al disegno di lungo periodo;
  • per il resto (intercettazione, descrizione ed interpretazione dell'esistente) l'approccio economico, pur con i suoi limiti, si mostra più concorrenziale di altri e, in particolare, più competitivo dell'approccio sociologico.

In parte ciò è spiegabile con relativa facilità. Gli economisti di tutto il mondo hanno da molto costituito una rete di relazioni capace di fornire in tempo reale aggiornamenti di ogni tipo. Le agenzie economiche e finanziarie agiscono su scala globale 24 ore su 24, sfornando dati su qualsiasi fenomeno di rilevanza non solo economica. I rapporti economici a livello aziendale e le misurazioni macroeconomiche a livelli più generali hanno ormai cadenza estremamente ravvicinata e contengono informazioni e dati istantaneamente messi in relazione con il periodo precedente o con l'anno precedente. Ciò permette l'abbozzo immediato di previsioni e di linee di tendenza, sebbene di breve termine. Nulla di tutto ciò è concesso al sociologo. Egli può semmai intervenire in seconda battuta: verificando l'effettiva rappresentatività del reale offerta da misurazioni economiche, analizzando l'impatto di macrofenomeni con valenza economica sulla società, interpretando gli effetti di eventi di rilevanza socioeconomica, formulando ipotesi previsionali di respiro più ampio rispetto a quelle relative all'aspettativa di un dividendo azionario o all'attesa del risultato di una misura congiunturale. Ciò indubbiamente comporta un certo affanno scientifico nello stare dietro agli eventi. Soprattutto quando alla pressante inquietudine dei tempi si aggiunge la durezza della crisi. In tali condizioni, i sociologi si sono sostanzialmente sottratti al compito di tratteggiare una valida rappresentazione generale della società, ripiegando semmai su oggetti d'analisi più settoriali, propri della sociologia della politica, di quella economica o dell'organizzazione e del lavoro.

Certamente i trend di tipo sociale hanno bisogno di tempi medi o medio-lunghi per essere efficacemente individuati, definiti, misurati ed interpretati, e l'escalation della recente crisi non ha concesso intervalli adeguati alle metriche di ricerca proprie della sociologia. I ritmi attuali, viceversa, si mostrano più sincronici con quelli tipici delle rilevazioni statistiche, degli indici finanziari, dei ratio economici. Cosicché gli studiosi di matrice economica, più prontamente di altri di diversa estrazione disciplinare, hanno saputo vedere e capire la crisi, misurarla ed interpretarla (ovviamente ciascuno sulla base della propria dottrina di riferimento). [2]

La crisi prende in contropiede la sociologia

Alcuni tra gli stessi sociologi si sono interrogati su questo e, di conseguenza, sul ruolo che la disciplina sociologica ha nell'analisi della turbolenza economica, dell'instabilità sociale, della crisi. Già nel 2009 Michel Wieviorka scriveva che

nelle librerie il numero di opere dedicate alla crisi è divenuto impressionante. Nella grande maggioranza, sono scritte da economisti o da giornalisti e, sebbene talune abbiano un taglio sociologico, nessuna è effettivamente un testo di sociologia. Il tempo dei sociologi non è certamente quello degli economisti. I sociologi hanno bisogno di condurre delle ricerche in profondità, lavorano su dati empirici che non si riferiscono necessariamente all'attualità. Forse ritengono anche che una crisi, per quanto importante possa essere, non implichi una loro mobilitazione? Soltanto a distanza di tempo sarà possibile dire se la crisi attuale ha o non ha mobilitato i sociologi, sollecitato dei programmi di ricerca, spostato degli equilibri fra orientamenti scientifici o dato alla luce nuovi paradigmi. Tuttavia, già l'esperienza della crisi del 1929 fa pensare che la sociologia provi delle difficoltà considerevoli, o quantomeno una forte reticenza, a fronteggiare un fenomeno di questo tipo […]. I sociologi americani dell'epoca hanno quasi totalmente disertato questo oggetto di studi e le sue sfide, al di fuori forse della sociologia rurale, dove una forte tradizione di ricerca preesisteva alla Grande Depressione, mentre, da subito, gli economisti, i politologi e i giuristi se ne occupavano in maniera massiccia. Allo stesso modo, si nota che con il New Deal la situazione non cambia realmente e, sebbene i sociologi rivestano un ruolo nell'elaborazione delle politiche di Roosevelt, questo ruolo resta secondario se comparato a quello dei loro colleghi di scienza della politica o dei giuristi […]. La questione è importante perché il ruolo della sociologia risulterà centrale o meno a seconda dell'approccio che noi avremo nei confronti della crisi attuale. La sociologia americana comincia a mobilitarsi sul tema della Grande Depressione dal 1934-1935. Prima, gli articoli comparsi nelle grandi riviste della disciplina, gli indirizzi dei diversi presidenti dell'American Sociological Association, sono sorprendentemente insensibili alla Grande Depressione […] di questo periodo, la sola opera considerevole che abbia attraversato la storia della disciplina e che si sia specificamente interessata alla crisi è lo studio, ormai classico, di Marie Jahoda, Paul Lazarsfeld e Hans Zeisel sui disoccupati di Marienthal, una piccola città dell'Austria dove una disoccupazione massiccia rende la popolazione intera, e soprattutto i lavoratori apatici, demoralizzati, nonostante che la sinistra sindacale e la sinistra politica avessero svolto un ruolo considerevole negli anni precedenti. Si deve ammettere, dunque, che la crisi e la sociologia non intrattengono tra loro rapporti significativi (Wieviorka, 2010, 41-43).

Nell'epoca attuale non sembra andare diversamente. Anche i sociologi contemporanei non paiono a proprio agio quando si tratta di indagare la società in crisi. Eppure, oggi come nel '29, esiste materia abbondante per l'indagine sociale. Probabilmente per i sociologi è il caso di confrontarsi con i nuovi temi indotti dalla contemporaneità in modo non banale, come viceversa si è fatto talvolta negli ultimi venti o trenta anni e, soprattutto, è il caso di farlo in maniera coraggiosa. A tale scopo può risultare utile una breve retrospettiva dell'intreccio tra realtà economica e realtà sociale e, in particolare, di come la recente sociologia italiana abbia affrontato tale intreccio.

Sociologia, economia, società nella visione classica

Sin dai suoi stessi albori il pensiero sociologico si è istintivamente rivolto alla osservazione, descrizione ed interpretazione della realtà economica e del suo impatto sulla società, sui comportamenti collettivi e sulla mentalità. [3] La sociologia del periodo classico, impegnata a definire il proprio ambito e i propri metodi in relazione alle altre scienze, riprende problemi già posti dal marxismo, in particolare del feticismo della merce, della mercificazione dell'uomo e dello scadere delle relazioni tra uomini e rapporti tra cose; tutto ciò inserito in quadri di riferimento teorici anche diversi da quello marxista. [4] Tra i sociologi di generazione successiva, meno inclini dei maestri alla concettualizzazione di teorie e modelli di lungo raggio, va segnalato Thorstein Veblen, che individua una stretta correlazione tra la dimensione economica e quella sociale del moderno cittadino (soprattutto nordamericano). [5] Il contesto storico-sociale ed economico-sociale di Veblen è quello stesso dei funzionalisti, ma l'approccio nei confronti del sistema è critico: la società americana è giudicata costrittiva, violenta, spietata, manipolatoria, sostanzialmente (anche se non formalmente) antidemocratica. Maggiore rilievo è assegnato al conflitto (e al condizionamento economico) lungamente emarginato dalla sociologia ufficiale di allora. Tale orientamento, che pur molti ammiratori ha vantato tra gli studiosi italiani, ha molto a cuore il binomio economia-società, così come lo ha a cuore la scuola di Francoforte, che tuttavia lo declina in modo più indiretto, attraverso la lente d'ingrandimento puntata sui media, sulla pubblicità, sul marketing. [6]

Gli anni '80 e '90

I sociologi, sebbene ciascuno secondo il proprio particolare orientamento, appaiono fin qui in grado di stare al passo con l'avvicendarsi delle diverse congiunture socioeconomiche. Riescono ancora a mantenersi in sintonia con una società sempre più complessa e poliedrica, capace di contenere in sé stessa, con impressionante ambivalenza, benessere e disagio, sviluppo e degrado, prosperità e crisi. Ma, a partire dai tardi anni '80 del secolo scorso, si affermano nuove tendenze. Nella nuova temperie, molti sociologi tendono a far coincidere la "società" tout court con la "comunicazione", al punto forse di indurre la stessa sociologia generale a risolversi e dissolversi progressivamente nella sociologia della comunicazione, con quest'ultima che finisce per essere percepita da alcuni come l'unica sociologia plausibile. L'economia reale rimane nello sfondo, il contrasto sociale pare edulcorarsi ed il lavoro materiale sembra perdere la propria centralità paradigmatica. La post-modernità (il cui concetto presupporrebbe l'avvenuto ingresso in un post-industrialismo permeato di new economy) coglie impreparati non pochi sociologi, incapaci di vedere oltre determinate apparenze, soprattutto in Italia. In pochi si sottraggono alla deriva, come Cobalti e Schizzerotto (1994) che semmai individuano uno dei tratti distintivi della contemporaneità italiana nella nascita e nell'incremento del cosiddetto «proletariato dei servizi». Sul versante opposto nuove sirene annunciano invece la fine delle classi sociali, il trionfo di un terziario benevolo su ogni attività primaria e manifatturiera, l'avvento dell'immateriale, del digitale, del virtuale. Peraltro, tutto ciò immancabilmente trascina con sé un indefinito numero di corollari post-moderni che convergono tutti nella marginalizzazione della figura del lavoratore tradizionale e, nel contempo, nell'esaltazione di nuove prospettive e nuovi ruoli sociali, scaturiti per lo più dall'enorme diffondersi di vari media, primo fra tutti: la televisione. [7]

Il focus degli analisti si sposta in Italia dalla centralità socioculturale del cittadino-lavoratore, la quale ha caratterizzato dopoguerra, ricostruzione industriale e boom economico, ad una nuova centralità assunta dal paradigma del cittadino-consumatore.

Il sistema economico non produce tutta la felicità e il benessere che vorremmo e appare particolarmente "inefficiente" da questo punto di vista (basta pensare agli enormi problemi distributivi, ambientali, finanziari e di senso di vita esistenti nelle nostre società). Il problema di fondo per cui questo avviene è che la scala gerarchica dei portatori d'interesse implicita nelle logiche economiche (prima gli azionisti, poi i clienti, per ultimi i lavoratori) è l'opposto di quella ottimale per la nostra felicità (dove la nostra sorte come lavoratori viene prima di quella come consumatori e come azionisti). La radice di questi problemi sta in una concezione "misera" di individuo, impresa e valore che espelle i valori dalla vita economica (Becchetti Callegati, 2015). [8]

La società intesa come mercato monopolizza l'attenzione della pubblicistica approdando poi, epifanicamente, ad un esito «liquido» (Bauman, 2002). Ma mentre l'efficace definizione di Bauman vuole avere soprattutto valenza descrittiva (e, quindi, avalutativa), essa finisce nel corso dei primi anni del nuovo secolo, per assumere il senso di una formula ideologica (e, pertanto, valoriale).

La sociologia anglo-sassone ed europea osserva ed indaga in maniera acuta ma prudente. McQuail (2001) coglie i benefici ma anche i rischi della comunicazione di massa. DeFleur (DeFleur, Ball-Rokeach, 1995), sottolinea ironicamente come, quando non si riescano a misurare gli effetti dei media, spesso essi semplicemente vengano negati. McLuhan, Mattelert, Habermas, Thompson si sforzano di esaminare il fenomeno con un approccio quantomeno interlocutorio. Parallelamente molta sociologia italiana, da Statera (1980) a Morcellini (1999) allo stesso De Masi, [9] abbandonando quasi totalmente ogni scrupolo problematico, ammicca benevolmente all'asserito avvento di una civitas nova, nella quale tuttavia, magari talora al di là delle stesse intenzioni del singolo autore, sembra essere quasi smarrita la nozione di sacrificio sociale ed umano tipico del produrre ma in cui si santifica ogni sorta di consumo (non solo culturale) o comunicativo e si elogia l'ozio creativo. La comunicazione sembra, in tale clima, assurgere a fenomeno quasi metafisico, ontologicamente autonomo e sociologicamente neutro.[10] Pochissimi sono gli studiosi che si sottraggono a questa sorta di deriva scientifica: Mascilli Migliorini (1993), Bonazzi (1995), Ferrarotti (1996), De Rita (De Rita, Galdo, 2011) e pochi altri.

Proporsi, infatti, di rendere edotto e preparato l'individuo ad affrontare completamente, anche dal punto di vista della comunicazione, il proprio ruolo di persona, non può essere ovviamente solo un problema di tecniche specifiche […]. Se a ciò si limitasse la nostra sfera di azione, si rischierebbe di fare solo dell'empirismo e inoltre, senza dubbio, le conseguenze di simili tecniche, applicate senza una preventiva disamina delle condizioni sociologiche e psicologiche indispensabili all'instaurazione di un qualsiasi rapporto di comunicazione, sarebbero estremamente negative (Mascilli Migliorini, 24).

Crisi della sociologia e sociologia della crisi

Che si sia trattato di un drammatico abbaglio è divenuto chiaro negli anni della crisi, anni in cui la sociologia della comunicazione ha sempre più recitato un ruolo solipsistico e quasi tautologico, con la sola sociologia economica e quella del lavoro a tentare di indicare i limiti di modelli socioeconomici neoliberali, chiaramente sempre meno plausibili, ma efficaci nel permeare pubblicistica ed opinione pubblica. Sotto l'impulso di studiosi anche molto diversi tra loro, ma accomunati dall'idea della centralità e della soggettività del lavoro materiale come di quello intellettuale, università italiane e centri studi sindacali (Accornero, Altieri, Oteri, 2001; Del Colle, 2013) o di altro tipo (Berton, Richiardi, Sacchi, 2009) hanno continuato ad analizzare la «società dei produttori». Giuseppe Bonazzi, Luciano Gallino (2009), Enrico Pugliese, Aris Accornero (Accornero, Pirro, 2013) ed altri hanno dato vita a diverse indagini, a ricerche empiriche ed interventi pubblici che dimostrano come le classi sociali non siano state affatto abrogate e che l'Italia, pur sotto i colpi oggi di una crisi interminabile, rimanga un grande paese manifatturiero, [11] con tutti gli aspetti positivi ma anche le sofferenze che ciò comporta. A tali studi settoriali è però mancata la successiva risonanza in grado di far sì che la riflessione si allargasse ad un più alto livello di generalizzazione. [12] Al di fuori di questo quadro di verità è rimasto e rimane spazio quasi solo per la mistificazione. Valgano a tale proposito le parole di Gallino (2014): «La democrazia teorizzata e realizzata dai neoliberali è una cattiva imitazione della democrazia. I popoli europei sono stati ingannati dai loro governi. È mancata una spiegazione intellettualmente onesta della crisi, delle sue cause profonde».

È probabile che la sociologia, parafrasando Wieviorka, «non abbia intrattenuto rapporti significativi con la crisi» corrente perché, tutto sommato, aveva male interpretato la società anche in assenza di crisi. Sotto tale profilo, le vicende negative degli ultimi sette – otto anni potrebbero dare vita all'auspicabile paradosso di una seria presa di coscienza da parte degli studiosi su questo tema, con conseguente effetto benefico sulle scienze sociologiche e sulla loro credibilità.

Bibliografia

Accornero A. et al. 2001 Lavoro flessibile, Che cosa pensano davvero imprenditori e manager, Ediesse, Roma.

Accornero A. et al. 2013 Il mondo della produzione, Sociologia del lavoro e dell'industria, il Mulino, Bologna.

Bauman Z. 2002 Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari.

Becchetti L. et al. 2015 La crisi del benessere, in https://www. sbilanciamoci. info/Sezioni/alter/Riforme-strutturali-ecco-come-si-uccide-un-paese-28990.

Bonazzi G. 1995 Storia del pensiero organizzativo, FrancoAngeli, Milano.

Bottomore T. B. 2014 Sociologia, voce in Enciclopedia del Novecento, Treccani, Roma.

Censis 2014 48° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, Roma.

Cobalti A. et al. 1994 La mobilità sociale in Italia, il Mulino, Bologna.

DeFleur M. L. et al. 2001 Sociologia dei media, il Mulino, Bologna.

De Masi D. 2000, Ozio creativo, Rizzoli, Milano.

De Rita G. et al. 2011 L'eclissi della borghesia, Laterza, Roma-Bari.

Ferrarotti F. 1996 La perfezione del nulla, Laterza, Roma-Bari.

Gallino L. 2014 L'involuzione autoritaria europea, in https://www. sbilanciamoci. info/Sezioni/alter/Gallino-l-involuzione-autoritaria-europea-22863.

Gallino L. 2013 Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi, Torino.

Gallino L. 2009 Il lavoro non è una merce, Contro la flessibilità, Laterza, Roma-Bari.

Izzo A. 1974 Storia del pensiero sociologico, il Mulino, Bologna.

Mascilli Migliorini E. 1993 La comunicazione nell'indagine sociologica, La Nuova Italia, Firenze.

McQuail D. 1995 Teorie delle comunicazioni di massa, il Mulino, Bologna.

Morcellini M. 1999 La TV fa bene ai Bambini, Meltemi, Roma.

Perrone F. 2012, Anomalie del comportamento organizzativo, FrancoAngeli, Milano.

Perrone F. 2004, Manager del cambiamento, FrancoAngeli, Milano.

Pugliese E. 2014, Crisi, il lavoro non emigra, in https://www. sbilanciamoci. info/Sezioni/italie/Crisi-il-lavoro-non-emigra-23228.

Pugliese E. 2009 Indagine sul lavoro nero, in https://www. portalecnel.it, Roma.

Statera G. 1980 Società e comunicazioni di massa, Palumbo, Palermo.

Stiglitz J. E. 2001 In un mondo imperfetto. Mercato e democrazia nell'era della globalizzazione, Donzelli, Roma.

Wieviorka M. 2010, Quale crisi, quale sociologia?, in Società Mutamento Politica, vol. 1, n. 2, pp. 41-56, www. fupress. com/smp, Firenze University Press.

Note

[1] In Italia non è certo un caso che diversi sociologi abbiano finito per consacrare la propria attività di studiosi prevalentemente all'analisi politologica.

[2] Per poi eventualmente pervenire ad esiti di giudizio diametralmente opposti, come nel caso dell'analisi della crisi stessa così come concepita da studiosi di matrice neoliberale o, al contrario, di estrazione neokeynesiana.

[3] Sebbene Comte mirasse al primato politico della scienza sociale e quindi ad un potere affidato agli scienziati, ai tecnocrati sensibili più ai valori morali tradizionali che non alle pure esigenze economiche. Ad esempio, Spencer appare condizionato da Darwin che aveva sostenuto che l'evoluzione si manifesta attraverso la lotta per la sopravvivenza. Questa lotta, sul piano sociale, è rappresentata dalla libera concorrenza. E se "Montesquieu si è interessato prevalentemente del condizionamento esercitato dalle istituzioni politiche" in un contesto sociale i cui aspetti sono interconnessi, già Rousseau sottolinea l'alienazione dell'uomo nella società civile e il condizionamento esercitato dall'economia e dalla proprietà privata. Ma è forse Ferguson, con i moralisti inglesi, il primo ad indicare con lucidità i problemi della società industriale. Nota è peraltro l'elaborazione hegeliana e marxiana dell'argomento che, in qualche modo, lascia tracce evidenti di sé anche nel pensiero di Weber, secondo cui l'oggettività e la legalità dell'economia capitalistica prescindono dall'etica e non possono avere né risentire di implicazioni di carattere caritativo (Izzo, 1974, I, 16-19).

[4] Le contraddizioni della moderna società industriale, già denunciata da Marx, sono inevitabili, benché l'origine del capitalismo vista da Weber offra una chiave di lettura alternativa a quella marxista. Durkheim rivela preoccupazione "per l'eccesso di specializzazione nella divisione del lavoro e per il carattere coercitivo di tale divisione che possono condurre all'anomia" e, in ultima istanza, a desideri autodistruttivi (Izzo, 1974, II, 10-16).

[5] Veblen, con la sua "teoria del consumo vistoso", offre una chiave di lettura interessante di come la middle class americana interpretasse un certo modo di intendere l'ottimismo: ostentando la propria rinnovata capacità di spesa come dimostrazione di ritrovata fiducia (Perrone, 2004, 154).

[6] In "L'uomo a una dimensione", del 1964, Marcuse sostiene che "nella società industriale avanzata, pur rimanendo inalterata la originaria struttura classista, vengono meno le possibilità storiche di prendere coscienza dell'irrazionalità del sistema. Il potere economico e politico non si limita più principalmente allo sfruttamento della forza-lavoro: esso permea qualsiasi momento della vita dell'individuo nel lavoro così come nel tempo libero. L'uomo a una dimensione, come e più dell'uomo eterodiretto di Riesman, non ha più capacità di critica, schiacciato dai contenuti "apolitici" dell'industria culturale, della pubblicità, dello sport, dell'arte. Tutto ciò che è alternativo viene chiamato "utopia" (Izzo, 1974, III, 169-172).

[7] L'esibizione drammatizzata e spesso falsata delle dinamiche emotive più private e personali nei reality e nei talk show così come il debordare degli interessi privati in politica e nelle attività pubbliche rappresentano probabilmente due diverse facce di un unico gigantesco fenomeno socioculturale. Il tratto comune a molte delle manifestazioni empiriche di tale fenomeno consiste proprio nella tendenza a fare i conti non con la realtà ma con suoi simulacri (Perrone, 2012).

[8] È sconcertante rilevare, ancora una volta, come parole del genere siano state scritte da economisti di professione piuttosto che non da sociologi.

[9] Domenico De Masi che pure è sociologo del lavoro e, come tale, più vicino alla fenomenologia del lavoro manuale ed intellettuale.

[10] Morcellini ha in seguito parzialmente rettificato la propria posizione. Infatti, già nell'ottobre 2006, intervenendo al seminario "Educazione e media", V giornata Europea dei Genitori e della Scuola, propone lo slogan: "tra apocalittici e integrati, meglio impegnati!" Così facendo approda al non meglio precisato campo degli impegnati, svincolandosi comunque dalla schiera degli integrati di cui era stato parte (https://srvapl.istruzione.it/dg_studente/news/allegati/morcellini. pdf).

[11] Con un numero di operai da decenni costantemente superiore alle sei milioni di unità.

[12] Con l'eccezione del lavoro svolto dal Censis presieduto da Giuseppe De Rita e diretto da Giuseppe Roma. A tale proposito cfr.: 48° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2014, Censis, Roma.

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L'ininterrotto presente: genitori e figli sospesi tra reale e virtuale

di Francesco Perrone e Germana Ginevra Perrone

Abstract

All'origine di numerosi tipi di disagio personale o collettivo c'è l'incapacità del singolo e dei gruppi di gestire i cambiamenti legati all'evolversi della struttura familiare, dello scenario sociale e dei media. Le tradizionali agenzie di socializzazione perdono la propria presa su ragazzi ed adolescenti, che si autosocializzano attraverso un uso mediale intensivo. Tutto ciò contribuisce alla formazione individui eterodiretti e conformisti, relegati in un universo virtuale in cui crollano il senso critico e la nozione di realtà. La confusa esperienza che ne deriva sostituisce spesso un apporto genitoriale inadeguato, che induce il giovane ad auto-percepirsi autonomo ed autosufficiente, spingendolo verso esiti di tipo narcisistico. Peraltro, la prolungata immersione nella (pseudo-)realtà virtuale genera nei più deboli uno stato esistenziale giocato unicamente sul "qui ed adesso": in questa sorta di "ininterrotto presente" è da ricercarsi il brodo di coltura in cui nasce e si sviluppa il narcisismo individuale e collettivo.

Negli adolescenti comportamenti e pensieri narcisistici sono normali e non preludono necessariamente ad uno sviluppo del disturbo narcisistico della personalità in età adulta, tuttavia è evidente come i paradigmi di tipo sociologico, con la loro particolare attenzione assegnata alla genesi socioculturale del narcisismo, chiariscano aspetti che l'approccio psichiatrico, da solo, non coglie. A tale proposito è interessante guardare al principale substrato culturale e comportamentale del narcisismo collettivo: la media addiction, la forma più pura ed aggiornata del "consumo capitalistico di massa". Quella digitale è la forma più perfetta di consumo "usa e getta" perché replicabile all'infinito, in tempi di consumo ridottissimi, priva di riserve verso qualsiasi forma di sostenibilità (ecologica o economica) perché dematerializzata, volatile, evaporabile. La nuova nozione di consumismo non conosce che un presente ininterrotto e bulimico di messaggi, immagini, video, fruiti e quindi bruciati nell'ordine di minuti o secondi. In un quadro del genere, la funzione della scuola e dell'università è svilita a mero compito di certificazione amministrativa del percorso educativo. La nuova cittadinanza ormai si forma altrove e ormai la questione non riguarda più soltanto giovani e giovanissimi.

In conclusione, si può affermare che la nuova società (e la nuova cultura) post-moderna, reprimendo nelle persone il senso del limite, inibisce il processo di maturazione personale e trattiene l'individuo in uno stato di irresponsabilità, favorendone risvolti di narcisismo maligno. Il vuoto personale che ne consegue (che nemmeno il sistema scolastico ed educativo riesce più a riempire, anche per propria debolezza) è quindi colmato con la fruizione di contenuti mediali che nessuno è più in grado di verificare, filtrare, stemperare.

Il crepuscolo della socializzazione classica

L'origine di numerosi tipi e casi di disagio personale o collettivo, in assenza di fattori strettamente organici, è spesso rintracciabile in un cattivo funzionamento della "comunicazione", dovuto all'incapacità del singolo e dei gruppi di gestire i sempre più veloci e serrati cambiamenti legati all'evolversi della struttura familiare, dello scenario sociale e dei mass media (Benvenuti, 2018). In un contesto del genere, con particolare riferimento alle giovani e giovanissime generazioni, le tradizionali agenzie di socializzazione (famiglia; scuola; comunità religiosa; comunità politica; ecc.) stanno perdendo (o hanno già perso del tutto) il proprio ascendente su ragazzi ed adolescenti i quali, invece, formano le proprie idee e costruiscono la propria identità attraverso un uso mediale intensivo (Morcellini 1992) e per lo più sregolato. Tale impostazione permarrà anche in seguito, incidendo in misura profonda su pensiero e linguaggio, percezione della realtà e di sé. Le stesse cerchie amicali di giovani e meno giovani, che un tempo vedevano i propri membri relazionarsi l'un con l'altro in maniera diretta e senza mediazioni, oggi interagiscono in misura crescente attraverso l'uso di vari media che, se da un lato consentono una reciproca connessione permanente in qualche modo persino ossessiva (McGill in Perrone 2012, 171-197), dall'altro rendono sempre meno decisivo il "faccia-a-faccia" quale modalità principale di interazione e comunicazione. Tutto ciò non soltanto finisce per distanziare ed atomizzare la relazionalità intersoggettiva (si pensi al paradosso di amici o familiari, tutti seduti a tavola per la cena, ciascuno con dita ed occhi incollati sul proprio smartphone o tablet!), ma allontana inesorabilmente dalla realtà quotidiana tali individui, ormai eterodiretti, relegandoli sempre più in un universo virtuale, spesso induttore di bisogni falsi (Marcuse, 1967; Fromm, 1971), suggeriti da mode e trend, e foriero di rappresentazioni mentali distorte (dettate dai mainstream del momento). In tale contesto, cresce la "folla solitaria" (Riesman, 2009) formata da individui conformisti che fanno, dicono, pensano e credono le stesse cose, sull'onda di notizie ed informazioni circolanti in modo incontrollato sul web e in televisione. Il senso critico precipita e, con esso, la nozione stessa di realtà.

Realtà virtuale e narcisismo

La confusa esperienza virtuale che ne deriva esercita una funzione di supplenza nei confronti di un apporto genitoriale (in senso ampio) inadeguato, incapace di produrre quel contributo di guida ed indirizzo che aiuti il giovane a prendere coscienza del proprio potenziale ma anche dei propri limiti. Ciò spinge il giovane stesso ad auto-percepirsi solipsisticamente autonomo ed autosufficiente, inducendolo non di rado ad assumere e consolidare strutture caratteriali narcisistiche (Petrini, De Carlo, 2013), foriere di possibili esiti maligni e patologici: culto smodato dell'apparenza, perenne insoddisfazione del proprio stato e conseguente ininterrotta ricerca di nuove emozioni, comportamenti compulsivi, uso e abuso di sostanze, stati di esaltazione e sentimenti di onnipotenza (spesso viceversa intervallati a fasi di sconforto e depressione), cedimento dei sistemi di autocontrollo, desiderio di sopraffazione, violenza in risposta a ferite narcisistiche, insofferenza per l'altro, odio per il diverso. Tali sbocchi sono in gran parte frutto di rappresentazioni mentali malate perché in origine orfane di un corretto accudimento (affettivo e cognitivo) familiare e scolastico, prive di una immagine di sé definita, deficitarie sul piano della capacità di analisi critica della realtà.

Peraltro, la prolungata immersione nella (pseudo-)realtà virtuale, proposta dal mondo digitale, genera nei più deboli (che spesso coincidono in grandissima parte con i più giovani) uno stato esistenziale giocato unicamente sul "qui ed adesso". In tali condizioni è assente ogni dinamica retrospettiva, dal momento che la storia passata, anche recente, "non esiste più", fagocitata da un presente che, in tal modo, si fa perenne. Così come irrilevanti divengono gli andamenti di prospettiva, resi oscuri dalla società stabilmente instabile (Perrone, 2004) di oggi, in cui appare impraticabile qualunque previsione, anche di breve termine (Perrone 2012). Passato ed avvenire appaiono quindi inessenziali ad interpretare la realtà e, tanto meno, a gestirla. Non resta che un lungo, ininterrotto presente, entro cui navigare (ma senza bussola), esplorare (ma senza mappe), anche perché ogni eventuale riferimento retrospettivo o prospettico non potrebbe che essere o ancorato al passato o progettato sul futuro: tempi senza senso per chi sia permanentemente immerso nel "qui ed adesso". Nel mondo virtuale vige una radicale dicotomia assente-presente. Ciò che non è presente non solo "non c'è" ma anche "non c'è stato" e "non ci sarà": ciò che conta è l'attuale, il contingente. Non c'è dubbio che l'ininterrotto presente sia il brodo di coltura in cui nasce e si sviluppa il narcisismo individuale e collettivo.

Il paradigma psicologico clinico e psichiatrico

Secondo il DSM5 (Diagnostic and statistical manual of mental disorders) il disturbo narcisistico appartiene, assieme al disturbo antisociale, a quello borderline e a quello istrionico, al gruppo di patologie a carico della personalità di tipo B, cosiddette di tipo "drammatico" e interessa al 75% il sesso maschile. La persona, quando oggetto di interesse clinico, si presenta estremamente egoista, con la tendenza a costruirsi un'autoimmagine grandiosa, superba e assolutamente priva di empatia, incapace di rispettare il punto di vista altrui e i sentimenti del prossimo, invidiandone gli eventuali successi ma vantandosi dei propri (Comer, 388-391). L'autostima ipertrofica (Levy et al., 2007) e la forte pulsione nel voler essere ammirato dagli altri rappresentano la caratteristica principale del soggetto affetto da narcisismo patologico (o maligno), "tutto deve ruotare attorno a lui, alle sue esigenze, ai suoi umori e desideri, e a quelli di nessun altro" (Millon, 1969, pp. 261). L'individuo narcisista si mostra disinteressato e freddamente indifferente ai sentimenti degli altri e spesso si serve delle persone per raggiungere i propri obiettivi, senza alcuno scrupolo né rammarico. I soggetti che presentano una struttura di personalità narcisistica tendono a ricercare all'esterno conferme del proprio valore affinché siano in grado di incrementare la propria autostima, alimentandola costantemente.

Negli adolescenti comportamenti e pensieri narcisistici sono normali e non preludono necessariamente ad uno sviluppo del disturbo narcisistico della personalità in età adulta (Comer, 389). Si tratta delle manifestazioni benigne di un narcisismo fisiologico a sua volta frutto della naturale evoluzione ontogenetica del "narcisismo primario" infantile postulato da Freud, una sorta di "completamento libidico dell'egoismo della pulsione di autoconservazione dell'uomo" (Freud, 1976). In questo senso il narcisismo è ancora un fenomeno normale, favorevole, persino necessario alla definizione dell'identità personale e all'irrobustimento dell'autostima. Sarà poi la risposta ambientale (oggettuale, nel linguaggio psicoanalitico) a regolare, contenere e limitarne la portata, attraverso un lungo tirocinio che progressivamente smantellerà l'onnipotenza narcisistica del bambino (Freud, 2012), via via costretto a fare i conti con l'azione contrastante delle figure genitoriali e dei pari. In tale ottica, il cammino verso l'età adulta è quindi interpretabile come graduale riduzione del narcisismo primario e dei sentimenti di onnipotenza che ne derivano. Tale cammino infatti conduce (o dovrebbe condurre) l'infante, poi bambino, poi adolescente a entrare in contatto con gli argini imposti dall'esistenza, a formarsi e consolidare il senso di realtà, a conquistare l'autonomia d'azione e di giudizio (non a caso gravemente deficitaria nei narcisisti patologici, pesantemente condizionati dal desiderio di accettazione ed ammirazione altrui).

Alcuni clinici di orientamento socioculturale hanno collocato il disturbo narcisistico in un'era narcisistica della società, in cui si osserva un declino dei valori familiari, degli ideali sociali e del discernimento, che produce generazioni di giovani materialisti ed egocentrici (Comer, 391). Tuttavia, è evidente come gli approcci di stampo sociologico al problema del narcisismo, con la loro particolare attenzione assegnata alla genesi socioculturale del fenomeno, si differenzino nettamente dalla prospettiva offerta dalla psichiatria, maggiormente (sebbene non unicamente) interessata al suo inquadramento nosografico. Oggi il paradigma clinico e psichiatrico non minimizza certo la dimensione socioculturale dei disturbi della mente e del comportamento tanto che, nel corso degli anni, si sono sviluppati svariati modelli teorici e tecnici che tengono maggiormente in considerazione i mutamenti sociali e culturali intervenuti durante gli ultimi cinquant'anni (Comer, 26). Il punto è che la clinica psicologica e quella medica si focalizzano comprensibilmente sulla cura individuale più di quanto non si concentrino sulla eziopatogenesi collettiva, sebbene un più attento esame del potenziale patogeno contenuto nella società postmoderna sia chiaramente suggerito dall'aumento generalizzato dei casi di psicopatologia: la metà delle persone malate in Europa occidentale è affetta da malattia mentale (Fulcheri, Lo Iacono, Novara, 2008, 26n). Le chiavi interpretative di molti casi di "rilevanza clinica" sono pertanto ricavabili principalmente dall'indagine dei macro-avvenimenti di natura socioculturale che, nella lunga fase attuale, segnalano una significativa convergenza tra varie tendenze comportamentali di tipo collettivo e gli obiettivi del capitalismo globalizzato: il fenomeno della media addiction ne è un esempio pressoché perfetto.

Media addiction e consumo postmoderno di massa

A ben guardare, il modus operandi della media addiction, è perfettamente coerente con le modalità classiche del "consumo capitalistico di massa", anzi, più precisamente, la media addiction ne è la forma più pura ed aggiornata. Il modello perfetto del consumo capitalistico consiste nella fruizione di prodotti e servizi a ciclo breve, così da ravvicinare entro intervalli sempre più ristretti la necessità del riacquisto da parte del consumatore. In tale contesto, il modello "usa e getta" ne è la quintessenza, il ciclo di vita del prodotto-servizio coincide letteralmente con il suo consumo: questione di minuti o, addirittura di secondi. La fruizione mediale postmoderna rappresenta una delle massime manifestazioni di tale modello. Lo schermo del dispositivo elettronico (device) introduce l'utente-consumatore all'interno di un pressoché infinito numero di scenari digitali, in ciascuno dei quali lui stesso si immerge virtualmente (in genere, per pochissimi minuti o secondi) per poi uscirne e dirigersi, tendenzialmente in modo compulsivo, verso lo scenario seguente, così da realizzare la forma forse più compiuta dell'usa e getta: quella immateriale, virtuale, teoricamente declinabile all'infinito, innumerevoli volte. Cosa ci sia prima o cosa dopo quel consumo all'utente non interessa (quindi, non esiste)! Esattamente come accade nel consumo di un fazzolettino di cellulosa usa e getta: quale consumatore si chiede mai davvero cosa ci sia a monte e a valle di quel consumo? Quale consumatore riflette mai seriamente, durante quello specifico consumo, prima sulla pianta sacrificata all'idolo del consumo di massa (quanto c'è a monte) e, dopo, sulle conseguenze ambientali di quel consumo (quanto c'è a valle)? E semmai qualche remora dovesse superficialmente affiorare alla coscienza del consumatore, essa sarebbe presto rimossa o razionalizzata. Quella digitale è la modalità più perfetta di consumo "usa e getta" perché replicabile all'infinito, in tempi ridottissimi, apparentemente aliena dal suscitare nell'utente riserve collegabili a qualsiasi forma di sostenibilità (ecologica o economica) perché dematerializzata, volatile, evaporabile: è come se nella falsa coscienza del consumatore valesse l'alibi morale che dopo tutto nessun albero sia stato abbattuto; che del resto nessun inquinamento sia stato generato; che in fondo nessuno smaltimento sarà necessario.

Si tratta di un consumismo davvero nuovo, non soltanto per la sua peculiare integrale immaterialità, che lo candida a proporsi tra i massimi emblemi della postmodernità. Si tratta di un fenomeno inedito anche in virtù del fatto che esso non si allaccia né alla nozione classica di consumo, legata ai concetti di bisogno e scambio, né alla nozione "neocapitalistica" di consumo vistoso, postulata da Veblen (Veblen, 2017), e legata all'ostentazione della propria capacità di spesa, tesa a soddisfare un bisogno esibizionistico (Perrone, 2012, n. 38). Le vecchie nozioni hanno ben chiaro che le visioni retrospettive e prospettiche sono assoggettate al tempo che scorre: vuoi per valutare l'utilità dei consumi già effettuati, vuoi per pianificare i consumi futuri; vuoi per soddisfare il bisogno di consumo, vuoi per assecondare il desiderio di ostentazione. La nuova nozione di consumismo non conosce che un presente ininterrotto e bulimico di messaggi, immagini, video, fruiti e quindi bruciati nell'ordine di minuti o secondi.

Consumo neo-mediale e cittadinanza postmoderna

Per il consumatore usa e getta e per l'utente-consumatore neo-mediale il passato non c'è stato e il futuro non ci sarà. Ciò che è fuori dall'oggi semplicemente non esiste (o, se esiste, non lo riguarda). In tale condizione quale significato potranno mai avere categorie concettuali e pratiche come la cultura, la politica o l'economia? Esse abbisognano di tempo per maturare e crescere, sia come concetti sia come prassi. La cultura necessita di un lungo investimento oggi per avere un risultato domani; la politica prevede programmi e promesse che generano aspettative civili; l'economia considera obiettivi da conseguire nel breve, nel medio e nel lungo periodo. Ma l'utente-consumatore neo-mediale non ha tempo: è tutto avvolto dal e nel presente. Ciò che conta, che vale è l'attuale, per quello che offre, che esibisce, che mostra. E se poi offre, esibisce e mostra disvalori invece che valori, fake news invece di notizie, finzioni invece di realtà (Perrone, 2012, 93-101), ebbene questo è secondario: tutto va bene pur di riempire un lunghissimo, ininterrotto presente che, diversamente, sarebbe vuoto, noioso e senza emozioni.

In un quadro del genere, la funzione della scuola e dell'università, smarrita quasi ogni efficacia formativa, è svilita a mero compito di certificazione amministrativa del percorso educativo: l'istruzione ormai si limita a garantire lo svolgimento di processi finalizzati ad una sterile legittimazione sociale di giovani i quali, al termine dei singoli cicli di istruzione, avranno carte in regola per accedere agli esiti desiderati, ma solo su un piano formale. La nuova cittadinanza ormai si forma altrove.

Giovani e meno giovani tra deriva puerocentrica e narcisismo

La questione non riguarda più soltanto, ormai, giovani e giovanissimi. Si deve infatti considerare che la fase più radicale nel mutamento delle modalità comunicative riguarda ormai un paio di generazioni, così da coinvolgere anche gli attuali trentenni e quarantenni. In molti, trovatisi da giovanissimi già nel pieno della trasformazione, hanno essi stessi subito il comportamento superficiale e disattento di genitori lassisti, genitori addomesticati da un benessere spesso esondante nell'opulenza, spettatori acritici della neo-televisione (Eco, 1983, 163-169) e comunque incapaci di comprendere i cambiamenti in atto. Oggi, a loro volta, i giovani adulti tendono ad emulare con i propri figli le modalità comportamentali apprese in gioventù, replicando lo schema che, ancora una volta, sfociando in un atteggiamento distratto verso l'altro, produce ampie falle nell'accudimento genitoriale. D'altra parte, è quasi inevitabile che l'essere esageratamente concentrati su di sé comporti l'essere distratti verso gli altri. Figli compresi. In alcuni casi ciò genera sensi di colpa che, per compensazione, portano ad accrescere ulteriormente il tasso di permissività nei confronti dei figli (deriva puerocentrica), rinforzando il circolo vizioso.

In altri casi, il proprio stesso narcisismo alimenterà quello dei figli, in una rincorsa, spesso ben dissimulata ma non per questo meno negativa, verso la messa in scena di un "figlio idealizzato", a cui tutto è permesso, che in tutto deve primeggiare, sin dalla prima infanzia. In seguito, tale tendenza assumerà non di rado la forma di una ossessiva pressione sulle capacità prestazionali del figlio: oggetto di una costante sollecitazione tendente a spronarlo affinché primeggi nello sport, nella musica, nella danza, a scuola. E quando ciò non si realizza, tale tipo di malattia della genitorialità genera comportamenti aggressivi contro il figlio stesso o, in alternativa, contro allenatori, insegnanti, altri ragazzi, altri genitori.

Ciò potrà contribuire ad inibire nel bambino, poi fanciullo, poi adolescente, ogni realistico senso del limite (vedi supra § 3), incoraggiando in lui la formazione di un sentimento di onnipotenza che rappresenta il principale simbolo del narcisismo maligno (Petrini, De Carlo, 2013): ancora una volta di più, motore del circolo vizioso e foriero di "ferite narcisistiche" destinate ad essere puntualmente interpretate come tragiche ed insopportabili: chi in vita sua non sia mai stato mai arginato, controllato, sanzionato, vive come intollerabile qualsiasi limitazione alla propria presunta onnipotenza. Il soggetto totalmente ego-centrato, abituato alla sregolatezza anarchica e, semplicemente incapace di concepire il significato di "limite", resiste ad ogni norma ed è compulsivamente e quasi inconsapevolmente portato a fare ed agire, incurante di ciò che non sia lui stesso! Assuefatto all'abbandono a sé stesso, esperisce in modo alienato ciò che gli passa per la mente senza curarsi di effetti e conseguenze, dacché tutto si legittima automaticamente nel semplice "farsi". Al di là di ogni semplicistico ed erroneo determinismo, è tuttavia ragionevole ritenere che eventi come l'affollamento di discoteche nel pieno di pandemie, brutalità ai danni di figli naturali o adottivi (soprattutto se molto piccoli), femminicidi e violenze di coppia in genere (soprattutto se premeditati) siano anche interpretabili in chiave di manifestazioni narcisistiche di vario grado.

In conclusione, si può affermare che la nuova società (e la nuova cultura) post-moderna, reprimendo nelle persone il senso del limite, inibisce il processo di maturazione personale, e trattiene l'individuo in uno stato di irresponsabilità, favorendo il narcisismo maligno derivante dall'onnipotenza di tipo infantile, via via sconsideratamente incoraggiata e rinforzata. Il vuoto personale che ne consegue (che nemmeno il sistema scolastico ed educativo riesce più a riempire, anche per propria debolezza) è quindi immancabilmente colmato con la fruizione di contenuti mediali che nessuno è più in grado di verificare, filtrare, stemperare.

Bibliografia

Leonardo Benvenuti, Lezioni di socioterapia, StreetLib, 2018.

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David Riesman, La folla solitaria, il Mulino, 2009. 

Thorstein Veblen, Teoria della classe agiata, Einaudi, 2017

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Divari digitali nella rivoluzione tecnologica: sviluppi e contraddizioni

di Francesco Perrone

Abstract

Il testo fornisce un'analisi della comunicazione elettronica e del fenomeno del "divario digitale" nella società contemporanea. In particolare ci si sofferma sul fatto che il divario digitale si esprime "a macchia di leopardo", con differenze che si combinano in modo complesso a livello geografico, sociale, tecnico e anagrafico. Alla luce di ciò, espressioni come "analfabetismo digitale" appaiono inappropriate, poiché chiunque può essere "esperto" in alcune aree digitali e "analfabeta" in altre. La comunicazione digitale non comprende solo le attività di produzione e diffusione di contenuti attraverso tecnologie elettroniche, essa è anche e soprattutto uno dei principali business a livello globale, con pochi soggetti che concentrano potere e denaro, con tutto ciò che ne consegue in termini di implicazioni economiche e politiche. Il passaggio alla postmodernità ha comportato un'evoluzione verso una comunicazione "iconico-digitale", caratterizzata da messaggi brevi e stereotipati, con prevalenza di immagini sulle parole. Ciò è sicuramente in relazione con la riduzione dei consumi culturali e con la crisi della funzione formativa di famiglie e scuole. In particolare sono evidenziati gli effetti negativi dell'uso eccessivo del digitale, come l'isolamento sociale, i problemi di salute mentale e i comportamenti compulsivi. La digitalizzazione continuerà ad espandersi in tutti gli ambiti, pubblici e privati, collettivi ed individuali. Così come la competenza digitale, che rimarrà "a macchia di leopardo" e manterrà la propria vocazione produttivistica, con un focus sul profitto economico e politico piuttosto che sul bene sociale. Ciò non di meno non si può demonizzare la tecnologia in sé, poiché il giudizio dipende dall'uso che se ne fa. Piuttosto, la sua evoluzione va accompagnata con iniziative prosociali di acculturazione digitale che, tra l'altro, sarebbero un'ottima occasione di scambio intergenerazionale da cui tutti, giovani e anziani, trarrebbero vantaggio.

Premessa: per una critica ai luoghi comuni

Dire qualcosa di sensato, oggi, sull'innovazione [1] tecnologica, sulla comunicazione elettronica e sul loro sviluppo impetuoso equivale a pretendere di fare previsioni meteorologiche nel pieno di una tempesta insolitamente persistente. E questo non perché si sia agli inizi della rivoluzione digitale (che dura da almeno trenta anni) ma perché la sua evoluzione è sempre più veloce e vorticosa tanto che, come si vedrà più avanti, intere generazioni fanno fatica a starle dietro, dando luogo a variegate forme di un fenomeno che, con qualche approssimazione concettuale, è comunemente definito "divario digitale".

L'espressione "digital divide" nacque in seno all'amministrazione Clinton per indicare la disparità nelle possibilità di accesso ai servizi telematici tra la popolazione americana. In questo senso, il divario digitale sembra riferirsi a disparità delle possibilità d'uso di tipo "lineare": in senso orizzontale (cioè con riferimento alla distanza geografica) e in senso verticale (cioè con riferimento alla distanza sociale). In realtà, oggi il divario digitale non è lineare ma "a macchia di leopardo": sul piano geografico (in ragione della ineguale diffusione infrastrutturale e delle variabilissime competenze digitali dei residenti in un dato territorio); sul piano sociale; sul piano tecnico; sul piano anagrafico; e così via. Pertanto tali differenze si combinano non più o non già in maniera "lineare" ma "a macchia di leopardo" e questo rende arduo semplificare con slogan politici o formule giornalistiche [2] una realtà molto complessa, caratterizzata da difformità e tratti distintivi variamente distribuiti nella contemporaneità.

In conseguenza di quanto sopra segnalato, espressioni spregiative come "analfabetismo digitale" non hanno senso, dal momento che chiunque di noi potrebbe rivelarsi "analfabeta" in una specifica branca o applicazione digitale ma "esperto" in un'altra. Questo vale per la terza e quarta età, per le generazioni intermedie e per giovani o giovanissimi; per le organizzazioni pubbliche e private, grandi e piccole; per utenti più e meno esperti e, persino, per i professionisti di un settore, quello info-telematico, i cui livelli di specializzazione ormai impediscono a chiunque di pervenire ad una totale preparazione su tutto ciò che attenga all'universo digitale. Infatti l'ampiezza dell'offerta digitale e il suo velocissimo sviluppo impongono scelte selettive di ciò che interessa, obbligando a tralasciare il resto. Il risultato più vistoso del fenomeno consiste in una conoscenza e in un uso discontinuo della tecnologia digitale, con competenze adeguate in qualcosa e scarse o pressoché nulle in qualcos'altro.

Nelle organizzazioni pubbliche e private la situazione che si presenta non è molto diversa da quella che si registra nella popolazione generale: spesso le competenze digitali del singolo impiegato sono circoscritte alle attività di routine, anche a causa dei cosiddetti "limiti di abilitazione", al di fuori dei quali non di rado l'operatore non ne sa quasi nulla. Per giunta, quella stessa persona, in questo taylor-fordismo applicato ai servizi aziendali, se operante nelle attività di relazione con il pubblico, si trova spesso nella sgradevole situazione di non poter dare riscontri validi al cittadino-utente, con conseguente forte danno funzionale e sociale.

Proveremo pertanto qui, seppur sinteticamente, a sfatare alcune credenze scorrette sulla questione e, quindi, a ridefinirne alcuni termini, cominciando proprio dalla nozione di comunicazione digitale.

Cosa è oggi la comunicazione digitale?

La questione relativa a cosa sia oggi la comunicazione digitale si offre a molte risposte possibili. Per giunta, se si intendesse pervenire ad una sua definizione scientificamente completa, si dovrebbe contare su articolazioni che, per profondità d'analisi ed estensione argomentativa, non sono consentite in questa sede.

Pertanto, al di là di sottigliezze terminologiche e concettuali, possiamo qui riepilogare l'articolata nozione di comunicazione digitale come l'insieme di tutte le attività di produzione e diffusione di contenuti (testi, immagini, video, audio) attraverso tecnologie elettroniche come PC, tablet, smartphone, apparecchi radiotelevisivi di ultima generazione, internet e reti mobili. Come è noto, i canali e gli strumenti utilizzati più conosciuti sono rappresentati da: applicazioni di messaggistica, per comunicare in tempo reale tra due o più soggetti; siti web e blog, per pubblicare articoli, guide e contenuti informativi; social media, per interagire con il pubblico e creare una o più "community"; e, con particolare riferimento alle attività di tipo aziendale, email marketing per inviare newsletter promozionali o informative; pubblicità online, per raggiungere un target specifico con banner e annunci. Con qualche approssimazione, possiamo quindi sostenere che questo tipo di comunicazione sia l'insieme delle tante attività di trasmissione e ricezione di contenuti trasmessi su canali elettronici (o digitali) e non su canali naturali (o analogici).

Tornando alla domanda che funge da titolo al paragrafo, intanto non andrebbe dimenticato che le tecnologie digitali costituiscono oggi il più importante business su scala globale. Basti considerare che nell'anno 2023, secondo Forbes, cinque tra le dieci persone più ricche al mondo (di cui sette statunitensi) [3] hanno come business prevalente le tecnologie digitali. Alla luce di ciò è evidente come, su scala mondiale, pochissimi soggetti concentrino nelle proprie mani tanto denaro e, soprattutto, tanto potere, con tutto quanto ne consegue in termini di implicazioni economiche e politiche. Si tratta innegabilmente di una circostanza non priva di significato se si vuole definire compiutamente e concretamente il fenomeno. Ciò premesso, la tecnologia digitale è, senza dubbio, uno dei tratti distintivi della postmodernità.

Modernità e postmodernità

La differenza concettuale esistente tra la nozione di modernità e quella di postmodernità consiste nel fatto che la prima è definibile quale cultura sociale basata sull'evidenza empirica e scientifica. Riflesso di tale cultura è dato da una società via via sempre più flessibile, dalla forza dell'innovazione e del diritto positivo (cioè fondato sulla razionalità). Si pensa che la logica sia la strada migliore per la comprensione del reale e che l'aspirazione alle libertà sia giusta e fruttuosa. In tale clima socio-culturale si ripone enorme fiducia nella scienza e nella tecnica, con un atteggiamento generalmente di ottimismo sui destini dell'uomo e della società. La postmodernità è costituita da una cultura sociale che si caratterizza per un fortissimo relativismo ontologico ed esistenziale. Ne deriva il possibile rifiuto di quasi ogni tipo di autorità, compresa quella scientifica. La flessibilità sociale che ha contraddistinto la modernità è adesso totalmente superata da un forte rallentamento della mobilità sociale (verticale) e da una concezione socioculturale definibile come liquida (Bauman, 2007). Tale contesto storico è tendenzialmente contrassegnato da dinamiche e processi sociali rapidi ma poco profondi; da insistite pulsioni di tipo narcisistico; da stili di consumo vistoso (Veblen, 2017); [4] dalla tendenza all'oblio del passato, all'interesse esclusivo per il presente, all'indifferenza verso il futuro; da una pesante incapacità previsionale che grava sia sull'attitudine dei singoli individui a programmare i propri destini di vita, sia sulla competenza di tecnici e governanti a delineare scenari futuri plausibili e sostenibili; dal declino di molti punti di riferimento tradizionali; dal conseguente aumento del tasso d'incertezza; da un atteggiamento di tendenziale incomprensione o indifferenza nei confronti del prossimo (atteggiamento che, non di rado, si spinge fin verso espressioni di diffidenza se non di ostilità). Per quanto attiene al rapporto intrattenuto dalle persone con la scienza, la cultura della postmodernità ha generato in molti l'abitudine ad un uso superficiale e irrazionale della comunicazione digitale che della scienza, paradossalmente, è il risultato tecnico più potente e recente.

Dal punto di vista della comunicazione strettamente intesa, il passaggio dalla modernità alla postmodernità corrisponde anche ad una evoluzione della comunicazione da "tipografica", basata sul messaggio scritto (Benvenuti, 2018), a quella "iconico-digitale", fondata su immagini ferme o in movimento e scritti brevi e stereotipati. Il passaggio attuale è critico perché la vecchia fase è tutt'altro che prossima ad esaurirsi e la nuova fa fatica ad imporsi. Con specifico riferimento alla scrittura, nel corso di questa fase transitoria, convivono diverse modalità di comunicazione, classificabili per caratteristiche distintive. La comunicazione tipografica possiede prevalentemente (e storicamente) le seguenti caratteristiche peculiari: i messaggi scritti supportano ogni dimensione e qualsiasi finalità, dal messaggio breve al componimento poetico, dalla lettera al romanzo, dallo scritto informativo al manuale tecnico, dallo scritto d'intrattenimento alla trattazione scientifica. Tale tipo di comunicazione si rivela adatta in modo particolare (ma non esclusivo) alla descrizione, alla narrazione e alla trattazione; le immagini sono, pressoché sempre, a complemento del messaggio scritto; risulta incredibilmente flessibile, perché efficace sia nell'indicazione di oggetti concreti sia nell'espressione di concetti astratti (come nella trattazione teorica o nel componimento letterario). Viceversa, le peculiarità della comunicazione iconico-digitale sono per lo più le seguenti: i messaggi che la caratterizzano sono brevi e stereotipati; gli scritti verbali sono spessissimo a complemento delle immagini (all'inverso di quanto avvenga nella comunicazione tipografica); risulta particolarmente adatta a certe espressioni emotive e alle rappresentazioni situazionali; è efficacissima nell'indicazione di oggetti concreti e carente nell'espressione di concetti astratti e sentimenti complessi, tanto da dover ricorrere a significazione indiretta e/o metaforica, con l'ausilio di immagini e simboli grafici convenzionali. [5]

Le modalità distintive evidenziate nelle liste precedenti, nella fluidità tipica dei momenti storici transitori, si combinano e si ibridano, nel contesto di un trend in cui la comunicazione iconico-digitale tende ad incrementare la propria presa sulla società mentre, contestualmente, quella tipografica perde via via terreno. Tra le conseguenze di tali processi (soprattutto riferite al fenomeno dell'uso precoce di strumenti digitali da parte di bambini) si possono annoverare le crescenti difficoltà incontrate dai giovanissimi nella produzione scritta e nella lettura, difficoltà di cui l'aumento dei casi diagnosticati di DSA e altri disturbi sono solo un parziale ancorché preoccupante aspetto. E, sebbene le dimensioni di questo incremento siano forse più attribuibili a una maggiore consapevolezza e diagnosi dei DSA che a un aumento reale del numero di alunni con questi disturbi, va anche e comunque segnalata la conferma empirica delle difficoltà di scrittura, lettura e calcolo quotidianamente riscontrate nelle scuole, nelle famiglie e, più avanti, nel lavoro. [6]

Modelli sociali (e psico-sociali) di riferimento: modificazioni genetiche della società italiana e linee di tendenza

La società postmoderna in Italia (ma non solo in Italia) evidenzia, tra le altre, le seguenti modificazioni: la società intesa come collettività, sede di interazioni tendenzialmente solidali, si modifica nel senso di una comunità percepita come mercato, sede di scambi e consumi; in conseguenza di ciò, si assiste alla trasformazione del cittadino-lavoratore in cittadino-consumatore e al declino dei corpi intermedi di rappresentanza politico-sociale. Ulteriori risvolti di tale trasformazione complessiva sono rappresentati dalla disintermediazione comunicativa (teoricamente ognuno di noi può rivolgersi ad un pubblico senza intermediazione, adoperando uno o più canali digitali) e, da ultimo, dall'ipervalutazione valoriale della gioventù nonché di alcuni suoi simboli paradigmatici come il dinamismo, la velocità, la spregiudicatezza e persino, talvolta, la violenza. Un contraltare di questa fenomenologia è costituito dalla contestuale svalutazione della terza età operata dalla cultura postmoderna, spesso indifferente o insofferente nei confronti di chi, a torto o ragione, è percepito come fardello improduttivo e ingombrante. Va da sé che, sul piano individuale, si assiste dunque ad una ricomposizione delle relazioni intersoggettive, nel senso di un'atomizzazione dei rapporti tra persone, con rischi, anche gravi, di solitudine e disorientamento.

L'esame delle linee di tendenza su larga scala sembra predire, per il prossimo futuro, un costante rafforzamento dell'abitudine attuale, da parte dell'utente medio, a gestire tecnologia di largo consumo. Verosimilmente, ci si concentrerà sempre più su servizi accessori digitalizzati di uso quotidiano (rubrica dei contatti personali; calendario e agenda; cronografo – sveglia – timer e altre applicazioni digitali di vario tipo), su messaggistica, posta elettronica, social media e su canali di informazione (sia tradizionali sia estranei al circuito mediale classico). Continuerà ad espandersi la fruizione di prodotti di intrattenimento audio-video e si diffonderà, con ritmi persino maggiori, l'uso di video autoprodotti o addirittura, mediante il ricorso all'Intelligenza Artificiale, ricostruiti interamente su testi scritti e spezzoni di altri video. Peraltro, con riferimento a questo e ad altri impieghi "di massa" (non professionali) dell'Intelligenza Artificiale, si tratta di fenomeni che, sebbene posti in embrione già diversi anni fa, sono ora in fase di poderoso sviluppo, cosa che non permette, al momento, di delineare in modo univoco chiare linee di tendenza, su cui basare previsioni attendibili. L'insieme dei trend sopra considerati continuerà ad avere un risvolto di ridotti consumi culturali tradizionali (scienza; tecnica; arte), sebbene non sia escluso il permanere di un certo interesse verso programmi radio-televisivi e web di divulgazione tecnica e scientifica. Tale circostanza si rivelerà tuttavia insufficiente a compensare la persistente crisi della funzione formativa di famiglie e scuola, crisi a sua volta collegata al calo costante delle conoscenze culturali e delle competenze matematico-scientifiche dei giovani italiani.

Per quanto attiene agli usi professionali delle tecnologie digitali, è ragionevole prevedere un incremento delle attività in cloud computing, con una correlativa progressiva trasformazione degli apparati fisici in terminali di rete. Anche il potenziamento dei data base a tutti i livelli di uso e l'affinamento di vari strumenti come fogli elettronici, diapositive, programmi grafici, software di progettazione ed altro migrerà via via su cloud e procederà di pari passo con lo sviluppo delle soluzioni offerte dalla blockchain, con il potenziamento degli apparati di difesa informatica nonché con lo sviluppo dei sistemi di Intelligenza Artificiale, destinata ad integrarsi sempre più con motori di ricerca, siti web, attività didattico-formative, piattaforme sanitarie, professionali e aziendali, impianti di robotica e di automazione. È inoltre ragionevole prevedere ulteriori forti impulsi che le tecnologie digitali continueranno a dare al mondo della finanza, soprattutto sul fronte delle transazioni in denaro, della monetica, degli investimenti, dello sviluppo delle monete digitali e/o virtuali e dei metodi automatizzati per l'istruttoria delle pratiche di finanziamento. Naturalmente molti cambiamenti del genere investiranno anche l'utenza retail, estranea alle realtà professionali ed organizzative in genere (si considerino, ad esempio, l'uso dei servizi digitali al pubblico di terziario avanzato e, più semplicemente, le applicazioni digitali alla domotica o il funzionamento automatizzato di elettrodomestici e utility casalinghe).

Sul piano culturale generale, si manifesteranno trasformazioni di atteggiamenti e di mentalità che matureranno parallelamente ai mutamenti di natura tecnica. Ad esempio, si proporranno, con sempre maggior enfasi, esigenze di sicurezza infotelematica, relative sia alla difesa dei dati contro attacchi hacker sia alla protezione della riservatezza (privacy) degli utenti. È evidente che ciò accentuerà il clima culturale di "pace armata" già oggi riscontrabile nel difficile equilibrio planetario tra attacker e defender attivi nel web. Alla crescente offerta di assistenza sanitaria digitale e all'evoluzione delle tecnologie diagnostiche e chirurgiche si accompagnerà un aumento di soluzioni e piattaforme di telemedicina, di monitoraggio remoto dei pazienti e di gestione dei dati sanitari. Ciò comporterà, da parte degli utenti ma anche degli operatori, un forte mutamento nella percezione dei servizi medici, tradizionalmente interpretati come quanto di più fisico ci possa essere. È anche chiaro che la vorticosa crescita del machine learning e dell'Intelligenza Artificiale impone ad operatori ed utenti nonché, su scala più ampia, ad establishment e cittadini, una sfida complessiva i cui esiti, per ora piuttosto indeterminati, cominceranno tuttavia a vedersi nel prossimo futuro.

In questo quadro, la digitalizzazione continuerà dunque ad espandersi, investendo sempre più le diverse attività umane, dalla domotica alla robotica, dai servizi pubblici al commercio, dall'istruzione all'intrattenimento, dalla sicurezza alla mobilità pubblica e privata, dal terziario avanzato a banking e finanza, ecc. Inoltre, anche se la competenza digitale continuerà mantenere una diffusione "a macchia di leopardo", sia sul piano anagrafico sia sul piano sociale, è possibile prevedere la persistenza dei noti stereotipi di senso comune su giovani molto avanti e anziani molto indietro nella padronanza degli strumenti elettronici. Così come, soprattutto nei social network, è dato attendersi la durevole viralità di disvalori quali l'individualismo esasperato, il narcisismo, il conseguente culto della bellezza corporea, l'esaltazione del denaro, l'esibizione del potere, il pregiudizio verso chi è percepito come diverso, il cinismo verso il più fragile e la sopravvalutazione di emblemi del presente, come la velocità, [7] la spettacolarizzazione degli eventi, l'aggressività, talora spinta fin verso sentimenti di odio vero e proprio.

È tutta colpa della tecnologia? Certamente no. Limitarsi a demonizzare la tecnologia non sarebbe razionale poiché equivarrebbe a concentrarsi sul bisturi senza considerare se ad usarlo sia un chirurgo o un serial killer. Qualsiasi strumento tecnico non è né buono né cattivo: tutto dipende dall'uso che se ne fa. E la comunicazione digitale non sfugge alla regola: ogni nuova tecnologia si rende disponibile a molteplici possibili usi, la cui normazione spetta alle varie istituzioni che legiferano e vigilano sul macrosistema in cui una data tecnologia opera. Purtroppo, gli esempi storici di cui disponiamo non preludono tuttavia a previsioni ottimistiche sull'argomento: dalle rivoluzioni industriali di sette-ottocento, al taylor-fordismo del secolo scorso, alle tecnologie più moderne, abbiamo assistito pressoché sempre ad una declinazione produttivistica delle innovazioni, totalmente orientata al profitto ed insensibile alle istanze sociali. Ancora di recente, in occasione della trascorsa pandemia Covid, la formidabile accelerazione di ricerca, sperimentazione e produzione vaccinale ha generato, oltre ai noti e meritori effetti medici, un gigantesco surplus di profitto a vantaggio dei colossi farmaceutici, che ha pesato sui conti dei sistemi sanitari pubblici di mezzo mondo. [8] E, riportandoci all'innovazione più specificamente digitale della comunicazione, le ottimistiche previsioni di esperti e analisti di fine anni '90 del Novecento, che vaticinavano una liberazione in senso democratico e ugualitario dell'universo della comunicazione ad opera di Internet, ebbene tali previsioni si sono rivelate sostanzialmente sbagliate, dal momento che da allora, in un paio di decenni, quel mondo si è spaccato (almeno) in due: da una parte si sono messi in evidenza imprenditori vecchi e nuovi che si sono arricchiti impadronendosi del web, trasformato in un immenso bazar; dall'altra, centinaia di milioni di individui hanno messo in mostra, chi più chi meno, tendenze individuali tipiche della postmodernità riassumibili nella spinta a "rendere pubblico il proprio privato" (anche nelle sue espressioni più inconfessabili e scabrose), fenomeno che manifesta preoccupanti criticità. [9] Tutto ciò, naturalmente, non deve impedire di considerare ed apprezzare l'impatto positivo che, nonostante tutto, l'innovazione digitale ha prodotto in tanti campi. Il punto è che, semplicemente, una cosa non esclude l'altra.

Modelli sociali (e psico-sociali) di riferimento: alcuni effetti disfunzionali sulle persone

Finora l'uso personale della tecnologia digitale ha favorito la dimensione individuale, mettendo in secondo piano la condivisione sociale. Ciò ha dato luogo a fenomeni totalmente o parzialmente inediti, come quelli relativi alla produzione e diffusione di audio-video self made sugli argomenti più diversi: produzione finalizzata alla conquista pura e semplice di un gratificante numero di like, unitamente all'eventuale speranza di guadagni economici di vario tipo. Questo proliferare di speech, performance e tutorial potrebbe dare l'impressione di un'attività di tipo sociale, seppure sui generis. Ma si tratterebbe di un'impressione erronea, dal momento che qui il rapporto esistente tra l'autore e il suo pubblico [10] è del tutto strumentale (rispetto allo scopo) e spersonalizzato (con riguardo alla modalità prevalentemente broadcast di tali micro-produzioni). In casi del genere è corretto parlare di fenomeni "collettivi" ma non "sociali", dato che alla loro dimensione certamente plurale non si accompagnano atteggiamenti e comportamenti di reale condivisione e partecipazione, ingredienti indispensabili ad una corretta definizione di "sociale".

Sul piano della fruizione, sono noti i fenomeni riferiti ai problemi emotivi di utenti auto-sottoposti a dieta digitale eccessiva; o quelli relativi ad un generalizzato indebolimento della socialità e della motivazione a interagire collettivamente in modo tradizionale, cioè in forma diretta e non mediata dallo strumento elettronico. Sono inoltre confermati la pericolosità prodotta dall'isolamento fisico sull'umore di chi trascorra ore davanti al computer o allo smartphone, specialmente nelle fasce d'età scolare fin verso la tarda adolescenza [11] (Ammaniti, 2018; Haidt, 2024), nonché l'aumento di sindromi ossessivo-compulsive e di fenomeni di credulità, in special modo con riferimento a teorie complottiste e fake news di vario tipo (Pennycook, G., Cannon, T. D., & Rand, D. G. 2018). Il crescente tasso di compulsività (pubblicazione irriflessiva di tweet e post; shopping compulsivo; diffamazioni e calunnie; porn revenge; incitazioni alla violenza; aggressioni; ecc.) sembra inoltre essere correlato alla suggestione, imitativa o emulativa, generata dai videogiochi o da post veicolati sui social media: tutto ciò, diffuso e moltiplicato in forma "virale", amplifica l'eventuale danno sociale [12]. Basti ricordare che il 45% della popolazione europea soffre di almeno un disturbo mentale nel corso della vita (OMS, 2022) e che circa un adulto su cinque soffre negli Stati Uniti di una malattia mentale ogni anno (National Institute of Mental Health – NIMH). In particolare, disadattamento psicologico, disprezzo di sé, disturbi della condotta, abuso di sostanze, disturbi affettivi e altri disturbi psichiatrici invalidanti emergono in circa il 20% della popolazione adolescente [13].

Passato, presente e futuro digitale nelle organizzazioni pubbliche e private: caratteristiche e criticità

Nel dibattito intorno alle teorie aziendali si è da tempo affermato lo schema, conosciuto come "Modello Ortodosso di Controllo" (Neimark, Tinker, 1986) [14] che interpreta la prestazione organizzativa (performance) quale risultante di forze ambientali (environment) e forze gestionali (control system). Questo modello, qui menzionato perché semplice e intuitivo, sostanzialmente segnala che il risultato di una qualsiasi organizzazione (non importa se orientata al profitto o ad uno scopo sociale, non importa se di proprietà pubblica o privata) è frutto della combinazione di due ordini di fattori: 1) l'ambiente, cioè lo scenario (sociale o "di mercato"), composto da elementi esterni e non modificabili dall'organizzazione; 2) il sistema di controllo, cioè l'organizzazione stessa, composta da fattori modificabili dall'interno e adattabili all'ambiente esterno. In questa ottica, l'efficienza organizzativa è quindi data dalla capacità, posseduta dall'organizzazione, di modulare i propri fattori interni in modo da proteggersi da congiunture negative (la cui natura non è controllabile dall'interno) o anche in modo da sfruttare eventuali frangenti favorevoli, adattandovisi efficacemente.

Sotto il profilo tecnologico, il rapporto esistente tra l'organizzazione e l'ambiente esterno si è articolato nel tempo in un'ottica di circolarità e reciprocità: in alcune fasi storiche, il mondo della scienza e della tecnica, le decisioni politiche, le congiunture economiche, sociali e sanitarie hanno fatto da rampa di lancio ad innovazioni tecniche che hanno poi trovato positiva applicazione in ambiti aziendali; in altri momenti, le innovazioni tecniche organizzative hanno contaminato l'ambiente esterno, ristrutturando i rapporti sociali, ridisegnando il paesaggio rurale e cittadino, incoraggiando, incentivando e stimolando un clima generale di studi, ricerche e sperimentazioni. Insomma, i due ambiti – esterno ed interno – si sono inseguiti l'un l'altro, spesso (anche se non sempre) mettendo in moto un circolo virtuoso di cui hanno beneficiato entrambi. Oggi tale dinamica si è estinta. Il sistema interno non riesce più a rincorrere i mutamenti tecnici esterni, non riesce a tenerne il passo. Questo perché l'evoluzione tecnologica generale corre molto più velocemente della capacità aziendali di adattarvisi! In realtà, tale scarto tra velocità differenti si registra anche nel rapporto esistente tra l'innovazione tecnologica e la collettività dei cittadini ma questi ultimi, nella grande maggioranza, si mostrano più legati ad un consumo digitale di massa più superficiale e meno sensibile alle continue innovazioni (ovviamente con l'eccezione di una minoranza di leading consumer, viceversa propensi all'uso di prodotti di avanguardia). Le criticità ravvisabili in un quadro così complesso sono note e vanno dalle piccole promesse non ancora realmente mantenute (come quella, ormai vecchia di circa quarant'anni, per cui la tecnologia digitale avrebbe abolito o radicalmente diminuito il consumo di carta) alle grandi sfide relative alla protezione dei dati sensibili, alla tutela della riservatezza, al rafforzamento della sicurezza contro la possibilità di abusi o frodi. Con una tecnologia in perenne sviluppo, tali sfide non sono mai vinte in via definitiva e vanno accettate e vissute costantemente.

In una prospettiva più strettamente aziendale, al netto della sospensione di giudizio relativa alle eventuali incognite indotte dal futuro impiego dell'Intelligenza Artificiale, permangono diversi problemi che si ripercuotono sull'efficienza procedurale. Ne è un esempio l'estrema rigidità di algoritmi e di "sistemi esperti" [15], ciechi sulla circostanza particolare in quanto del tutto automatizzati e non modificabili dall'intervento di un operatore (nemmeno nel caso di eccezione procedurale o errore evidente). Altro esempio, peraltro fortemente collegato al precedente, è costituito dal cosiddetto taylorismo dei servizi, che tra l'altro prevede l'applicazione pervasiva di protocolli standard, dinanzi ai quali l'operatore, quando le situazioni escano dalla routine, si scopre disarmato. Un ulteriore esempio di criticità, riscontrabile soprattutto nei sistemi aziendali di Customer Relationship Management (CRM), risiede nella tendenza a scaricare sull'utente l'onere economico, temporale e nervoso della gestione delle operazioni che lo riguardano, senza che, il più delle volte, egli abbia le conoscenze necessarie a svolgere determinati compiti, con forte aggravio di tempi e costi a suo carico.

Il punto di vista della terza età: previsioni e suggerimenti

Secondo le più importanti istituzioni mondiali, l'Italia è stabilmente tra i dieci paesi con la popolazione più longeva, con un'aspettativa di vita superiore agli 84 anni. E se si escludono micro-stati come Monaco, Hong Kong, Macao, Liechtenstein e Singapore, l'Italia si colloca in questa classifica tra i primi cinque grandi paesi. [16] Tuttavia il contraltare demografico di questa situazione è costituito dal fatto che, da noi, gli ultrasessantacinquenni rappresentino più del 24% della popolazione totale. Tanto per fare un raffronto, si consideri che la stessa fascia di popolazione complessivamente ammontava nel 2022, in Europa, al 21% [17] e, negli U.S.A. al 17,4%. [18] In altre parole, la nostra popolazione vive più a lungo ma invecchia sempre di più e più che altrove. Tutto questo suggerisce, a conclusione del presente lavoro, di riepilogare quanto riportato nelle righe precedenti, considerandolo dal punto di vista della quota di popolazione che rappresenta un italiano su quattro.

Si è visto come l'ampiezza dell'offerta digitale e il suo velocissimo sviluppo impongano a vari soggetti individuali e collettivi di operare una scelta selettiva di ciò che, a torto o a ragione, sia ritenuto utile e interessante. Con l'inevitabile conseguenza di una conoscenza parziale e di un uso discontinuo degli strumenti elettronici, con competenze più che adeguate in qualcosa e insufficienti o nulle in qualcos'altro. Abbiamo quindi constatato come la diffusione e l'uso di media e altri strumenti digitali si manifesti "a macchia di leopardo". Tale circostanza vale sia per le organizzazioni, per motivi legati alla divisione dei compiti lavorativi, sia per le persone, senza differenze significative di tipo sociale, culturale o anagrafico, se non nel merito di necessità e preferenze individuali che non smentiscono la natura discontinua del fenomeno e anzi, semmai, la confermano.

Nello specifico della terza e quarta età, la questione si propone certamente nei termini di una propria peculiarità che però non va confusa, in nessun modo, con la nozione spregiativa e soprattutto non veritiera di un presunto strutturale analfabetismo digitale tipico dell'anziano. Con l'avanzare dell'età, alcune eventuali difficoltà derivano, casomai, da problematiche generali, ascrivibili non tanto ad una deficitaria competenza digitale del singolo, quanto alla fisiologica evoluzione delle sue dotazioni fisiche e cognitive. Nella percezione sensoriale di contenuti digitali audiovisivi, nell'uso di tastiere fisiche e digitali oggettivamente controindicate sotto il profilo ergonomico, nella ritenzione mnemonica [19] e in altro ancora, indubbiamente l'anziano può incontrare vari ostacoli, così come accade in altre sue attività quotidiane. Ed è da questa sottolineatura che prendono corpo le brevi note conclusive che seguono.

A sostegno della migliore diffusione della cultura digitale presso terza e quarta età (e oltre), si dovrebbe immaginare un mix di iniziative prosociali, prendendo anzitutto spunto dall'approccio culturale proposto da varie aziende che, ormai su scala internazionale, hanno varato i cosiddetti "Age Diversity Centre": centri di aggregazione finalizzati alla promozione della cooperazione e dell'interscambio tra le diverse generazioni presenti in uno stesso contesto. [20] L'elemento qualificante dell'idea di fondo consiste in una logica basata non sull'assistenza pura e semplice dell'un soggetto (il giovane) all'altro (l'anziano), bensì su un'idea fondata su scambio e reciprocità tra generazioni diverse, nel cui corso ciascuno dà e riceve in ragione di quanto è in grado di dare e di ciò che è desideroso di ricevere. Nel nostro caso, per fare un solo esempio, lo scambio potrebbe avvenire tra chi fosse capace di integrare la conoscenza digitale altrui in cambio di un recupero di memoria storica (anche mediante la raccolta e la conservazione di vecchi materiali scritti ed audiovideo da digitalizzare), realizzando una cooperazione intergenerazionale di tipo sostanzialmente simmetrico, cioè paritetico.

Più in generale si potrebbe pensare a Centri Assistenza Digitale (CAD), [21] utili ad orientare, assistere e supportare l'utente anziano (e meno anziano) nella corretta conduzione delle proprie attività digitali e, in particolare, nei non facili rapporti relativi alle pratiche da disbrigarsi "in remoto" con la Pubblica Amministrazione. Alcuni enti locali e soggetti privati sono già impegnati in questa direzione, tuttavia la strada da percorrere è ancora molta e, soprattutto, sarebbe utile una specifica e più complessiva strutturazione programmatica in tal senso.

Bibliografia

Ammaniti, M. (2018). Adolescenti senza tempo. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Bauman, Z. (2007). Modernità liquida. Bari: Gino Laterza & Figli.

Benvenuti, L. (2018). Lezioni di socioterapia. Milano: StreetLib.

Haidt, J. (2024). The Anxious Generation: How the Great Rewiring of Childhood Is Causing an Epidemic of Mental Illness. London: Penguin Books Limited.

Neimark, M. Tinker, T. (1986). The social construction of management control systems, Accounting, Organizations and Society, Volume 11, Issues 4–5. Amsterdam: Elsevier.

Pennycook, G., Cannon, T. D., & Rand, D. G. (2018). Prior exposure increases perceived accuracy of fake news. Journal of experimental psychology. General, 147(12), 1865–1880. https://doi.org/10.1037/xge0000465.

Perrone, F. (2024). Bimbi moderni e postmoderni in TV. Francavilla al Mare (CH): Edizioni Psiconline.

Perrone, F. (2018). Alcune questioni aperte di teoria e prassi economica. Roma: Tempo Finanziario, 3-4/18.

Perrone, F. (2016). Innovazione: luci ed ombre di un dibattito attuale in Pellegrini, F. Tiberi, A. Economia e innovazione. Milano: FrancoAngeli.

Sadock, B. J., Sadock, V. A., Ruiz, P. (2015). Kaplan & Sadock's Synopsis of Psychiatry: Behavioral Sciences/clinical Psychiatry. Philadelphia: Lippincott Williams & Wilkins.

Veblen, T. (2017). La teoria della classe agiata. Torino: Einaudi.

Note

[1] Per innovazione si deve intendere soltanto ciò che si impone, in un dato mercato o contesto non mercantile, come nuovo paradigma, in grado di distinguerne (differenziarne) nettamente il promotore rispetto ad altri attori o concorrenti. Diversamente, si ha a che fare con concetti come novità, sviluppo, restyling, ecc. che semplicemente implicano la realizzazione di versioni successive del prodotto-servizio nel senso di un suo aggiornamento, adeguamento, miglioramento, potenziamento, perfezionamento o abbellimento, ma senza che ciò comporti un reale e radicale "cambio di paradigma" (Perrone, 2016). Non è detto che una particolare innovazione riscuota automaticamente successo. È anzi ragionevole immaginare che, nella maggior parte dei casi, per i motivi più diversi, le innovazioni non incontrino il favore del pubblico di riferimento. A tale proposito può essere citato un caso risalente a metà degli anni '80 del XX secolo: "Eva", un rivoluzionario servizio di home banking che la Banca Nazionale del Lavoro, il maggiore istituto di credito nell'Italia di allora, offrì alla propria clientela retail: un servizio espressione di reale innovazione tecnologica che però non ebbe successo (Perrone, 2018). In caso di affermazione, è tuttavia molto probabile che una data innovazione si proponga come nuovo standard di riferimento, nuovo (sebbene non unico) modello cui uniformarsi o adattarsi.

[2] Semplificazioni purtroppo sempre più frequenti anche in ambienti tecnici, scientifici ed accademici.

[3] https://forbes.it/classifiche-forbes/forbes-lists/le-100-persone-piu-ricche-al-mondo-del-2023/ (consultazione del 25 aprile 2024).

[4] La moderna nozione di consumismo è di matrice sociologica e risale a Thorstein Veblen, che l'ha concettualizza nel 1899, pubblicando la Teoria della classe agiata (peraltro il 1899 è lo stesso anno di pubblicazione di un altro monumento della cultura contemporanea, fondativo della psicanalisi: L'interpretazione dei sogni di Freud). Veblen propone una lettura attualissima del consumo di massa, il quale si basa sullo spostamento dell'obiettivo ultimo perseguito dal cliente finale, allorquando non acquista più (solo) allo scopo di consumare ma anche (e soprattutto) al fine di ostentare la propria capacità di spesa, la propria forza reddituale e, con esse, la propria supremazia sociale (Perrone, 2024).

[5] Come gli "emoticon" o gli "emoji".

[6] Si veda, sui DSA, le statistiche riportate dall'Associazione Italiana Dislessia. In particolare: www.aiditalia.org/news/studenti-con-dsa-in-italia-i-dati-mi-per-gli-aass-20192020-20202021.

[7] Sulla base del paradigma della velocità come valore in sé, si propone l'idea degli anziani «da rottamare» perché incapaci di assecondare i ritmi della contemporaneità (imposti anche) dalle tecnologie digitali.

[8] Peraltro senza che gli stati riuscissero a recuperare per via fiscale almeno una parte delle immense risorse precedentemente impiegate.

[9] Si può affermare che, tra gli anni '60 – '70 del Novecento e quelli recenti, si sia registrato un vero e proprio ribaltamento nel rapporto intercorrente tra la sfera pubblica e quella privata: dall'iniziale tendenza ad interiorizzare grandi tematiche e sfide sociali si è passati all'attuale tendenza, diametralmente opposta, a rendere pubbliche dinamiche proprie della sfera privata, ostentando in particolare le più superficiali e conflittuali (Perrone, 2012).

[10] Con tutte le dovute eccezioni, che però non fanno testo in un fenomeno che conta centinaia di milioni di attori.

[11] "È ormai chiaro come l'esposizione prolungata a programmi televisivi e/o a videogiochi violenti abbia sul fanciullo e sull'adolescente effetti talmente deleteri da condizionarne pesantemente la futura vita da adulto" (Perrone 2024).

[12] In psicologia cognitiva, si parla di "effetto ironico" quando la reazione di una persona a un dato stimolo si rivela opposta alle attese. Un uso sbagliato di social media, strumenti di messaggistica e mezzi di comunicazione in audiovideo potrebbe dar luogo all'effetto ironico (ma tutt'altro che spiritoso) di ottenere risultati contrari all'obiettivo di socialità implicito nella denominazione di "media sociali". In altri termini, un uso eccessivo o distorto dei mezzi di comunicazione interpersonale, se sistematicamente svolto in alternativa alla comunicazione diretta, rischia nel tempo di inibire le altre modalità di comunicazione, con l'effetto di danneggiare la funzionalità dell'interazione tra persone.

[13] Studi longitudinali confermano il contributo della violenza nei media, compresi i videogiochi, nei bambini delle scuole medie con l'espressione di aggressività in quegli adolescenti. Una revisione della letteratura sugli effetti dei videogiochi violenti su bambini e adolescenti ha rivelato che il gioco violento dei videogiochi è correlato ad eccitazione fisiologica e comportamenti aggressivi (Sadock, Sadock, Ruiz, 2015).

[14] In realtà gli autori esaminano l'eredità teorica dell'economia classica allo scopo di offrire un approccio alternativo, che affronta le molte carenze riscontrate nella letteratura preesistente, valorizzando le origini e le conseguenze sociali dei sistemi di controllo aziendale.

[15] Il "sistema esperto" è un programma informatico che usa conoscenze e deduzioni per risolvere problemi complessi i quali, per la loro soluzione, richiedono un'esperienza umana talmente larga da rendere teoricamente impossibile che ci sia un operatore umano in grado di possederla in misura sufficiente. È tuttavia possibile che, in un futuro prossimo, tali rigidità possano ridursi grazie all'Intelligenza Artificiale generativa.

[16] https://worldpopulationreview.com/country-rankings/life-expectancy-by-country (consultazione dell'8 maggio 2024).

[17] https://ec.europa.eu/eurostat/web/interactive-publications/demography-2023#ageing-population (consultazione del 9 maggio 2024).

[18] https://data.census.gov/table/ACSST1Y2022.S0101?q=age (consultazione del 9 maggio 2024).

[19] Un utile strumento per aiutare l'utente nella conservazione in sicurezza di login, PIN e password è rappresentato da specifiche applicazioni scaricabili gratuitamente su smartphone.

[20] Contesto che, traslato dall'ambito aziendale a quello sociale, può benissimo trasformarsi in territoriale.

[21] Sulla scorta dell'esempio offerto dai Centri Assistenza Fiscale (CAF), ormai ampiamente diffusi sul territorio nazionale.


Rivista di Scienze Sociali
Magazine di scienze sociali, ricerca comportamentale e studi sulle intelligenze
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